Femminicidi: «Basta raffigurare donne deboli, mettete le foto degli uomini assassini»

Lunedì 21 Ottobre 2019 di Vanna Ugolini
Basta raffigurare i femminicidi con l'immagine di donne ferite, piegate. Addirittura con gli abiti scomposti, quasi a sottolinearne la sensualità nonostante le immagini siano collocate in un contesto di dramma e violenza.
Carla Arconte, storica umbra, non ha dubbi in proposito: se il dibattito sull'uso di un linguaggio che non giustifichi il comportamento dell'aggressore è cominciato, quello sull'uso delle immagini che vanno a raffigurare un episodio di violenza contro le donne sui mass media, deve ancora partire ed è altrettanto importante.
«Con quel tipo di immagini lo sguardo che racconta l'accaduto è quello del violentatore, non è mai quello della vittima che si difende. E' dannoso mettere quelle immagini perchè vanno a costruire o affermare degli stereotipi. Le donne deboli, le donne che subiscono. In realtà, prima di arrivare a soccombere, la donna si è difesa, ha provato a resistere, è stata forte. Ma tutto quello sparisce in una foto che, alla fine, rischia quasi di andare a giustificare il comportamento dell'aggressore».

Tenta di sgozzare la compagna, aveva già ucciso la fidanzata. Fiorella Mannoia su Twitter: «Sembra tutto inutile»

Strangolata dal marito, il messaggio di Roberto all'amico: «Giuro non ero in me»

Perchè oltre alla debolezza «le donne spesso vengono raffigurate anche con i capelli sciolti, le gambe scoperte, gli abiti succinti. Sono immagini che arrivano quasi a colpevolizzare le vittime, a relegarle nel ruolo di adescatrici». Nelle foto che accompagnano gli articoli o i servizi «meglio raffigurare gli uomini, le armi che hanno usato, a dimostrazione della ferocia e delle violenza che la donna ha subito e per questo, nonostante il fatto che la donna si sia difesa, ha dovuto cedere».
Ci sono poi altre immagini che vanno a colpevolizzare la vittima: quelle che riguardano la coppia che sorride felice. «Sono immagini che destabilizzano, che fanno pensare che lui non fosse poi così cattivo e che lei, comunque, non fosse così spaventata. Invece sappiamo bene che ogni uomo violento alterna momenti di serenità a momenti di ferocia nel rapporto con la sua vittima. Sono meccanismo psicologici ormai acclarati».
Per quanto riguarda il linguaggio «bisogna proseguire ad affermare una narrazione dalla parte della vittima, senza giustificazioni. Una donna non viene uccisa da un raptus ma dalla ferocia del suo assassino».
  © RIPRODUZIONE RISERVATA