CORONAVIRUS

Coronavirus, la strage in quarantena: undici donne uccise nei due mesi dell'emergenza

Martedì 28 Aprile 2020 di Maria Lombardi
La strage in quarantena: undici donne uccise nei due mesi dell'emergenza

Si erano nascoste in casa per difendersi dal nemico invisibile. Ma il nemico era lì e non si nascondeva. Irina, Larisa, Barbara, Bruna, Pamela, Rossella, Irma, Lorena, Gina, Viviana e Alessandra. Undici donne uccise dall'inizio di marzo, vittime del lockdown e dei loro compagni, mariti e figli. Prese a botte, aggredite a coltellate, finite nel mirino di pistole e fucile. Si temeva che la quarantena sarebbe diventata una pericolosissima prigione per molte donne. Appelli, campagne d'informazione, il numero verde 1522 pubblicizzato anche nelle farmacie, app e parole in codice per chiedere aiuto. Adesso si contano le vittime. É la strage dell'isolamento. 

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Irina Maliarenko aveva 39 anni, ucraina. É morta il primo marzo nel reparto di rianimazione dell'ospedale Pellegrini di Napoli, era stata ricoverata il 18 febbraio per emorragia intestinale. Il compagno l'aveva presa a botte con una violenza tale da danneggiarle milza e fegato. Irina se ne è andata nella notte del raid all'ospedale Pellegrini, quando i parenti di Ugo Russo - il quindicenne morto dopo essere stato ferito da un carabiniere - hanno devastato il pronto soccorso. Anche la madre di Irina, che era lì ad aspettare notizie della figlia, è stata travolta dall'assalto.

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Larisa Smolyak è stata uccisa a coltellate dal figlio di 29 anni, il 4 marzo a Camaiore, in provincia di Lucca. Aveva 49 anni. «Venite, ho ucciso mia madre».  Andriy Bochsan dopo aver colpito con un posacenere alla testa la madre, e dopo averla colpita con 40 coltellate ha chiamato i carabinieri. La madre aveva chiesto al figlio un'altra volta ancora di cercare un lavoro. Hanno litigato e il figlio ha reagito con una violenza che ha impressionato anche gli investigatori arrivati in casa dopo la chiamata.

Barbara Rauch, 28 anni, mamma. L'ha uccisa lo stalker che da tempo la perseguitava, il 9 marzo a San Michele di Appiano, Bolzano. Barbara era titolare dell'enoteca Bordeaux Keller che gestiva con il compagno, aveva una bambina di 3 anni.  É stata aggredita all'interno del locale dallo chef 25enne Lukas Oberhauser, ex suo collaboratore. Si erano conosciuti durante uno stage, lo chef si era innamorato di Barbara e aveva cominciato a tormentarla. Lei era diventata la sua ossessione e non si era fermato nemmeno quando la donna si era sposata ed era diventata mamma. Barbara lo aveva anche denunciato per stalking. Nemmeno questo ha fermato lo chef. 

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Bruna Demaria, 66 anni, uccisa a colpi di pistola il 12 marzo a Beinasco, in provincia di Torino. Ex dipendente comunale, era andata in pensione il primo marzo. Franco Necco, 66 ani, ex vigile urbano, ha impuganto una pistola e ha ucciso il figlio di 29 anni, Simone. Poi ha preso un'altra pistola e l'ha puntata contro Bruna. Ha scaricato tutte e due le pistole. «Ho ucciso mia moglie e mio figlio», l'uomo ha avvisato subito i carabinieri. Lo aveva lucidamente progettato. Sul pc ha lasciato poche righe in cui spiegava la ragione del suo gesto disperato: la preoccupazione per il futuro del figlio.

Rossella Cavaliere, 51 anni, accoltellata dal figlio il 19 marzo, a San Vito dei Normanni, Brindisi. Cinque colpi al petto. Andrea Asciano, 23 anni, ha ucciso la madre nella notte. A dare l'allarme i vicini. Il ragazzo è stato bloccato sotto casa dai carabinieri, si era già liberato del coltello.

Pamela Ferracci, 46 anni, decapitata dal figlio, il 22 marzo a Roma. Si stava separando e da qualche mese il marito non viveva più in casa. Il figlio Valerio Maggi, 19 anni, da qualche tempo non stava bene, forse soffriva di depressione ed era stato anche visitato da uno specialista. Durante una lite si è scagliato contro la madre e l'ha colpita al petto, al collo, ha ferito anche la sorella che aveva cercato di difendere la donna. La ragazza è scappata e ha chiesto aiuto. Quando sono arrivati i carabinieri, Valerio ha aperto la porta senza dire nulla.

Irma Bruschetini, uccisa dal marito con un colpo di fucile, il 30 marzo a Firenze. Aveva 97 anni. Il marito, Silverio Chiarini, ne aveva 87 ed era un ex cuoco. Dopo aver sparato alla moglie, Silverio ha rivolto il il fucile contro di sé e si è suicidato. Sul divano ha lasciato un biglietto: «Seppelliteci vicini».

Lorena Quaranta, 27 anni, studentessa di medicina strangolata dal compagno il 31 marzo a Furci Siculo, provincia di Messina.  Lorena era originaria di Favara (Agrigento),  Antonio De Pace, 28 anni, era di Vibo Valentia. Dopo l'omicidio lui ha tentato di suicidarsi, tagliandosi le vene, ma prima ha chiamato il 112: «Venite, ho ucciso la mia fidanzata». Antonio ha ferito Lorena con un coltello all'addome prima di strangolarla. «Abbiamo litigato e in uno scatto d'ira l'ho uccisa. L'ho accoltellata all'addome e poi è morta. Con una lampada l'ho colpita alla faccia. La lampada era sul comodino. Le mani le ho messe al collo. L'ho affogata. Non ho altro da dire...». In ottobre Lorena avrebbe discusso la tesi di laurea; il killer, infermiere, si era iscritto alla facoltà di Odontoiatria, incoraggiato proprio dalla sua compagna. Lui si è poi giustificato: l'ho fatto perché mi ha contagiato. Non era vero. Lorena su facebook raccontava l'emergenza sanitaria in ospedale e incoraggiava i colleghi. «Amate la vita», aveva scritto in un post sul coronavirus.

Gina Lorenza Rota, 52 anni, uccisa dal compagno con un colpo di pistola alla tempia, il 2 aprile a Rho, in provincia di Milano.  Terens Cacici, 38 anni,  conviveva da alcuni mesi con la donna. Dopo aver sparato a lei si è suicidato. Gina, madre di due figlie avute da precedenti relazioni, lavorava in un negozio di tende di Passirana. Cacici era disoccupato, aveva piccoli precedenti penali per spaccio. A trovare i due corpi, la madre di lui. 

Viviana Caglioni, 34 anni. Il compagno l'ha uccisa di botte il 6 aprile a Bergamo. Viviana è morta dopo una settimana di coma. Michele Locatelli, 42 anni, pregiudicato, l'ha colpita con pugni e calci all'addome. Vivevano insieme da sei mesi. Lui era geloso di Viviana, durante una lite, nella notte tra il 30 e il 31 marzo, l'ha sbattuta a terra e poi ha cominciato a colpirla con pugni e calci. I soccorsi sono stati chiamati dalla madre di lei un'ora dopo. Viviana è arrivata al pronto soccorso in coma e in ipotermia, per aver passato ore sul pavimento.  

Alessandra Cità, 47 anni, uccisa dal compagno con un colpo di fucile, a Truccazzano, in provincia di Milano. Dopo 9 anni, Alessandra, tramviere Atm,  voleva lasciare Antonio Vena, guardia venatoria di 47 anni. Lui le ha puntato alla testa il fucile a pompa calibro 12 e ha sparato.«L'ho uccisa io», ha detto ai carabinieri. Erano originiari dello stesso paese in Sicilia, si erano ritrovati a Milano.  Vena lavorava a Bressanone, in provincia di Bolzano, ma raggiungeva Alessandra a casa tutti i venerdì per passare insieme il week end. Sebbene negli ultimi tempi tra i due ci fossero tensioni e litigi, lei aveva accettato di ospitare in casa il compagno per via dell'isolamento imposto dal coronavirus.
 

Ultimo aggiornamento: 16:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA