Stavolta è Beppe Sala che scivola sul sessismo e denigra la Borgonzoni per come è vestita

Martedì 31 Dicembre 2019 di Franca Giansoldati
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Ci risiamo. Il brutto vizio di utilizzare battute sessiste e denigrare l'avversario per la camicette che indossa sembra non avere colore politico, purtroppo resta un malcostume che attraversa l'intero arco parlamentare. Naturalmente a farne le spese sono sempre le donne con ruolo in campo politico. Stavolta a prendere di mira l'avversaria non tanto per il suo programma o le sue idee ma solo per la scelta dell'abbigliamento è stato il sindaco di Milano, Beppe Sala che ieri, durante un comizio, nel palese tentativo di dare un assist a Stefano Bonaccini, candidato del Pd alla guida della Regione Emilia Romagna è scivolato sul solito schema: colpire l'avversaria - Lucia Borgonzoni candidata della Lega – denigrandola solo per avere indossato una t-shirt con su scritto «Parlateci di Bibbiano», alla Camera, dimenticando che in questi ultimi anni l'emiciclo di Montecitorio è stato teatro di scene penose e violente risse da parte di parlamentari uomini.

«In Emilia-Romagna bisogna votare Stefano Bonaccini perché è più bravo. Lucia Borgonzoni, per dirla alla milanese, non sa neanche da che parte è girata. Lasciamola a Roma con le sue sciocche t-shirt, è vergognoso che la destra possa essere rappresentata da una persona che è andata alla Camera con quella maglietta» ha detto Sala. Una frase decisamente offensiva che non poteva passare inosservata facendo affiorare l'ennesimo episodio di discriminazione nei confronti di una donna. Un po' come quando la ministra Bellanova si è sentita insultare da diverse parti il giorno del giuramento del governo solo per un abito blu elettrico. Anche in quel caso vi fu un profluvio di commenti acidi e deludenti, solo per la scelta del vestito.

L'episodio di Sala fa il paio con quello che è accaduto questa estate alla Camera quando c'è stata una specie sorta di rivolta contro il deputato di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, che aveva messo alla gogna alcune colleghe parlamentari, per il loro dress code giudicato troppo «scollato. Rispettino l’Aula, non siamo al mare» aveva detto Mollicone. IN quella occasione scese in campo l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini. «Chieda scusa. Non è il singolo deputato che può sindacare sul decoro delle colleghe. Credo che ognuno debba avere la possibilità di vestirsi come vuole, se ancora stiamo a controllare le scarpe e i vestiti delle donne vuol dire che siamo ancora nella mentalità in cui la donna deve apparire al meglio e secondo dei crismi. Io penso che il comportamento di chi si incarica di fare il moralizzatore vada stigmatizzato».

In questa visione culturale le donne in politica sembrano essere davvero sempre di serie B. Lilli Gruber ha da poco dato alle stampe un bellissimo libro di denuncia intitolato: «Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone» (Solferino). Un pamphlet scritto per riflettere sul fatto che gli uomini – specie quelli n politica – si dovrebbero mettere a studiare e imparare essere più femminili. «Le tre “v” maschili, volgarità, violenza, visibilità, offrono il risultato di una virilità impotente e aggressiva; dovrebbero essere sostituite da empatia, diplomazia, pazienza» scrive Gruber. 

Quanto alla questione di Bibbiano alla quale faceva riferimento la T-shirt di Lucia Borgozoni resta una questione gravissima a livello nazionale sulla quale rischia di scendere il silenzio, nonostante l’ordinanza con cui il 21 dicembre scorso, il giudice per le indagini preliminari Luca Ramponi ha revocato gli arresti domiciliari i due principali indagati nell’inchiesta 'Angeli e Demoni', l’ex capo dei servizi sociali della Val d’Enza, Federica Anghinolfi e l’assistente sociale Francesco Monopoli. La revoca dei domiciliari è stata decisa perché siamo di fronte a una «gravità indiziaria ormai cristallizzata in elementi di prova solidi» e non c’è più pericolo che possano inquinare le prove.

Il quadro emerso dal caso Bibbiano resta agghiacciante. Tra le carte del magistrato si legge: «La Anghinolfi e Monopoli ci raccontavano che esisteva una rete potentissima di pedofili, ai quali i genitori vendevano i propri figli per soddisfare le pulsioni sessuali del gruppo». Ai bambini sottratti alle famiglie venivano poi attribuiti «racconti di omicidi di altri bambini, episodi di cannibalismo e rituali satanici». 

Chi ha sempre seguito passo passo l'inchiesta, raccontandola senza alcun pregiudizio ideologico e con una correttezza esemplare, è stato il quotidiano l'Avvenire. Scrive Lucia Bellaspiga: «Bibbiano come Finale Emilia o Mirandola. Un parallelismo subito saltato agli occhi di noi giornalisti di Avvenire che già vent’anni fa ci occupammo dell’inchiesta sulla Bassa Modenese, finita con 16 bambini tolti alle famiglie e mai più tornati a casa, nemmeno dopo l’assoluzione dei genitori. Anche lì la Hänsel e Gretel. Anche lì genitori che avrebbero venduto i figli a una fantomatica cupola di pedofili potenti. Anche lì decine di piccoli 'assassinati', secondo i bimbi interrogati dagli psicologi e dai servizi sociali della Val d’Enza. Anche lì 'riti satanici'. (…) Anche a Bibbiano, come vent'anni fa nel Modenese, gli abusi sessuali rituali ci vennero dati per certi, fatti passare per veri attraverso certificati medici indiscutibili».

Scrive ancora Bellaspiga: «Perché il piano funzionasse, era fondamentale che magistrati, Carabinieri e Polizia ne fossero all’oscuro. Ma come indurre psicologi e assistenti sociali all’omertà? Sostenendo che della cosiddetta rete facevano parte giudici e forze dell’ordine. Guai quindi a informarli. Da parte di Monopoli e Anghinolfi la richiesta di silenzio era imperativa». 

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