L'onda #MeToo in Tunisia, una valanga di denunce per abusi sessuali

Domenica 1 Dicembre 2019
L'onda #MeToo in Tunisia, una valanga di denunce per abusi sessuali

L'onda di #MeToo travolge anche la Tunisia  e scuote un paese in cui «pedofilia e incesto sono dilaganti» a ogni livello della società, in cui le stesse famiglie non sanno come affrontare problemi come lo stupro, gli abusi sessuali e le molestie. Il nuovo hashtag #EnaZeda (Anch'io in arabo maghrebino) ha debuttato con una campagna di denunce, che in pochissimo ha già raccolto oltre 25.000 testimonianze di donne di tutte le età vittime di qualche forma di abuso, ricorda il sito della Bbc.
La valanga di denunce è partita quando è stata diffusa la foto di un parlamentare che, secondo chi l'ha scattata, stava masturbandosi all'interno della sua auto davanti a un liceo. Accusa negata dal deputato, Zuheir Makhlouf, che gode dell'immunità e si è difeso dicendo di essere affetto da diabete, che lo obbliga a orinare in bottiglie quando si trova lontano da un bagno. Ma chi ha scattato l'immagine, studentessa di quel liceo, sostiene di aver subito molestie da lui. La foto-shock ha suscitato un'onda di indignazione, con centinaia di donne che hanno inscenato un mese fa una vivace e protesta davanti al parlamento di Tunisi, chiedendo che si indaghi su quel caso. Vero o no, l'indignazione si è riversata sul nuovo hashtag #EnaZeda, creato dal'organizzazione non governativa femminista Aswaat Nisaa (La voce delle donne) per dare spazio, anonimato e tutela alle donne che testimonino.

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«Pedofilia e incesto sono più diffusi di quanto saremmo disposte ad ammettere», ha raccontato alla Bbc Rania, moderatrice di #EnaZeda. «Molte, moltissime famiglie nascondono qualcosa e molte di loro non sanno neanche come trattare problemi di questo genere». Le accuse non risparmiano datori di lavoro, colleghi, consorti, genitori, fratelli, cugini, vicini, il negoziante all'angolo. Bbc riporta la testimonianza di una donna di 36 anni, che a 14 anni ha cominciato a subire in casa le pesanti molestie del marito di una zia, venuto a vivere con la sua famiglia per «proteggere» la ragazza dalle percosse del padre. Una notte l'uomo ha provato a violentarla e lei si è messa a urlare, facendo svegliare la zia, che dormiva nella stanza accanto. Lei dice di aver raccontato l'accaduto ad altri parenti, che hanno sminuito il tutto, attribuendo l'episodio all'«affetto» dello zio acquisito per lei. E con la madre non è andata meglio. «La mamma mi ha detto: io convivo con roba di questo genere, non mi sembra grave». «Mia madre non mi è stata di nessun aiuto», recrimina la ragazza, una delle tante testimoni che finalmente su #Ena Zeda ha trovato uno spazio libero per parlare, in un Paese che dal 2017 ha adottato una legge sulla violenza di genere che vanta di essere la più avanzata dell'intero mondo arabo, ma non ancora entrata in vigore perché mancano i regolamenti attuativi. E una delle più progredite al mondo, perché obbliga l'inquirente a continuare l'indagine anche nel caso che la vittima ritiri la sua denuncia.

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