LUCA SACCHI

Mamme coraggio, quando l'amore per un figlio fa la differenza

Lunedì 28 Ottobre 2019 di Vanna Ugolini

Camminò da sola per le strade dell'Aspromonte. Si incatenò nelle piazze, dormì in una tenda, «perchè tu, forse, Cesare, non hai nemmeno questo». Chiese la solidarietà delle donne calabresi e, quando non aveva più la forza nella voce, esponeva dei cartelli in cui pregava che le fosse restituito il figlio all'epoca diciottenne - siamo nel 1988 - ostaggio dell'Anonima sequestri calabrese. Angela Casella è stata forse la prima mamma coraggio diventata un simbolo per l'Italia. Probabilmente all'inizio era l'unica a credere che avrebbe riabbracciato suo figlio ma questa tenacia, accompagnata a un parlare pacato pur nel dolore, stupì l'Italia e forse mosse qualcosa anche nel cuore dei rapitori. Una donna che ha fatto la differenza.

Luca Sacchi, la mamma del pusher arrestato: «L'ho denunciato io, meglio in cella che a spacciare»

Come l'ha fatta Giovanna Proietti, pochi giorni fa, la mamma di Valerio Del Grosso, 20 anni e l'accusa di essere l'assassino di un ragazzo poco più grande, Luca Sacchi, finito a terra con una pallottola nella testa. «L'ho denunciato io, meglio in galera che con gli spacciatori», ha detto Giovanna al commissariato di polizia, consapevole che con le sue parole quel figlio, al contrario di Cesare, la libertà l'avrebbe persa. Scegliendo di stare dalla parte giusta anche quando è piena di sole spine.
Donne che nuotano contro la corrente. Che vanno contro le proprie famiglie, come Piera Aiello, a 18 anni costretta a sposare un boss della mafia. Verrà ucciso pochi anni dopo, sotto i suoi occhi e quelli della figlia di tre anni. Lei diventerà la prima donna pentita di mafia, «non volevo che i miei figli crescessero mafiosi» insieme alla cognata Rita Atria, che, invece, non reggerà a un altro dolore, quello per l'assassino del "suo" giudice, Borsellino e volerà giù da una finestra. Oggi, deputata in Parlamento, Piera è stata indicata dalla Bbc tra le 100 donne più influenti nel mondo e ha dimostrato di non aver perso il suo coraggio e la sua determinazione, mostrando di nuovo il suo volte dopo anni passati in regime di protezione con i figli. Madri coraggio, tante che restano anonime come quella mamma che con la sua denuncia ha scoperchiato il fenomeno dei blog pro anoressia, con i consigli per dimagrire fino a morire.

Madri che continuano le loro battaglie anche quando per i loro figli, per le loro figlie non possono fare più niente. Succede, così, che il cuore che sembrava un sasso, riesce ancora a fiorire.  Maria Teresa Giglio è la mamma di Tiziana Cantone che nel 2016 si uccise per la vergogna. Quella che era intimità e condivisione, alla fine di una storia sentimentale era diventata rabbia e per vendetta un suo ex fidanzato aveva messo in rete un video privato diventato poi virale. Oggi una nuova legge, il Codice rosso, prevede il carcere per chi lo fa. «Quel drappo funebre sulla bara di mia figlia adesso acquista un senso» dice mamma Maria Teresa.  
Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo ucciso nel 2005 a Ferrara durante un controllo di polizia, ha lottato per sette anni per avere una sentenza che stabilisse chi aveva ucciso suo figlio. Marisa Toraldo, madre di Alessandro Nasta, il nocchiero del mare, come lo chiama lei che ne tiene accesa la memoria ogni giorno sul web, caduto dall'albero di maestra dell'Amerigo Vespucci, dal 2012 vuole sapere cosa è accaduto realmente a quel figlio schiantato a terra da un'altezza di 15 metri.Vuole anche che la sua morte serva a rendere più sicure le procedure di chi va a effettuare lavori in quota sulle navi. 
La battaglia di Clementina Ianniello va avanti da tredici anni, da quando la sua vita si è fermata insieme al cuore della figlia Valentina, uccisa dalla ferocia del fidanzato. Lei, come tante altre mamme, non si rassegna a una cultura che non accetta l'autonomia di una donna, alla violenza degli uomini che uccidono le donne che avevano promesso di amare. Va nelle scuole a raccontare ed è un modo per indicare ai giovani la via del rispetto ma anche per mettere un po' di balsamo alla ferita per la morte della figlia che non dà tregua. «Niente sarà più come prima», dice ma quel dolore bisogna domarlo, bisogna che serva a qualcosa, a qualcuno.
Elena Aubry era bellissima, sana, un'atleta: la sua vita è finita in pochi istanti, sull'asfalto irregolare di una strada di Roma. Mamma Gabriella non si è più data pace ed eccola combattere oggi perchè non ci siano più vite che finiscono sprecate in quel modo assurdo.

Teresa,  Matilde: loro non ci sono più. Colpi di pistola per fermare le loro parole, il loro coraggio. Teresa Buonocore fu uccisa il 20 settembre 2010. Madre di quattro figli, tre mesi prima era stata la testimone chiave nel processo contro un suo vicino di casa accusato di aver violentato sua figlia di 8 anni e una sua amica. Matilde Sorrentino fu uccisa sulla porta della sua casa, a Torre Annunziata nel 2004: era una delle mamme che avevano denunciato i pedofili del rione. Le altre mamme coraggio, che se ne erano andate prima, al processo per inchidiodare i suoi assassino sono state costrette a testimoniare in videoconferenza, di spalle e vivono sotto protezione. 
Non c'è più nemmeno Stefania, la mamma di Bea Naso, la bambina imprigionata dentro il suo corpo che si pietrificava: ha fatto conoscere al mondo la malattia della figlia sperando nella possibilità di una cura. E' morta pochi mesi prima di lei. Il fiore che è sbocciato da questo sacrificio d'amore è una associazione portata avanti dalla sorella che aiuta a sostenere le cure dei bambini con patologie rare. Mamme coraggio che riescono a donare dolcezza anche quando la vita toglie loro tutto, come Elisa Girotto, morta giovanissima di tumore: alla sua bimba di un anno ha lasciato 18 regali, da aprire per ogni compleanno, fino a quando non prenderà da sola il volo verso la vita. Caterina Morelli era un medico e lo sapeva. Sapeva che sarebbe morta se non si fosse curata. Ma era incinta e amava il suo bambino più di lei, più di una prospettiva di vita. Scelta durissima. Ha accettato di sottoporsi solo a cure che anche il feto avrebbe tollerato, ha partorito e si è curata. Per lei era tardi: la malattia le ha concesso solo altri sette anni, insieme a Gaia e a Giacomo.

 

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