Maia Sandu è il nuovo presidente della Moldova. Ecco le altre donne al potere, tra gestione del Covid e rischio di guerra civile

Lunedì 16 Novembre 2020 di Simona Verrazzo
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La Moldova ha un nuovo presidente: ieri Maia Sandu ha vinto il secondo turno delle presidenziali, battendo il presidente uscente Igor Dodon. La sfida tra i due poneva a confronto altrettante diverse visioni della politica, soprattutto per le relazioni internazionali e la politica estera: da un lato la posizione in favore dell’Unione europea di Sandu, che ha ottenuto il 57,25 per cento, dall’altro quella filo-russa di Dodon, che è arrivato al 42,25 per cento e al quale poco effetto ha sortito l’endorsement di Vladimir Putin. Il risultato di ieri conferma il consenso nel paese verso la leader del Partito di Azione e Solidarietà, già in testa al primo turno del 1° novembre.

Maia Sandu, un passato da consigliera alla Banca Mondiale, ha già ricoperto importanti cariche politiche, quella di ministro dell’Educazione e, l’anno scorso, quella di premier, prima donna nella storia del paese, a cui da adesso si affianca anche il primato come presidente della Repubblica.

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L’elezione di Maia Sandu a capo di Stato conferma come la presenza femminile in posizioni di comando, anche per il ruolo di primo ministro, sia sempre più diffusa, in tutti i continenti. Poche settimane fa, in Nuova Zelanda, alla guida del governo è stata riconfermata Jacinda Ardern, anche per la sua eccellente gestione dell'emergenza Coronavirus. In Europa la cancelliera tedesca Angela Merkel detiene il primato di leader politico donna più longevo del mondo, al potere dal 2005.

In Lituana, dopo la vittoria nelle elezioni di inizio novembre, Ingrida Simonytė è in attesa di conferimento dell’incarico a formare il nuovo esecutivo, mentre nel delicato momento che sta attraversando il Kosovo da poche settimane presidente ad interim è Vjosa Osmani. Ed è sempre una donna il più giovane primo ministro del mondo, la finlandese Sanna Marin, mentre un’altra ex repubblica sovietica che guarda all’Unione europea ha una presidentessa, la Georgia con Salome Zurabishvili.

Nel mondo le donne sono chiamate a guidare nazioni anche con grandi instabilità politiche interne. E’ il caso dell’Etiopia, sull’orlo della guerra civile nella regione del Tigray, il cui capo di Stato è Sahle-Work Zewde.

Negli ultimi anni è finita sotto accusa una donna che in passato è stata simbolo della lotta pacifica per la democrazia contro la dittatura nel suo paese, il Myanmar. La birmana Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, dal 2016 ricopre la carica di Consigliere di Stato sempre sotto la supervisione del regime militare, l’equivalente del primo ministro ma con poteri anche da presidente. La sua gestione nella crisi con la minoranza musulmana dei Rohingya, dal 2017 fatta di repressione, abusi e persecuzioni, ha spinto molte associazioni a chiedere la revoca del Nobel per la Pace, cosa non possibile, mentre molti altri riconoscimenti le sono stati congelati, come il prestigioso Premio Sakharov del Parlamento europeo. Nel 2019 il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja ha aperto il processo a suo carico per le accuse di crimini contro l’umanità e genocidio.

Ultimo aggiornamento: 14:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA