L'illustratrice Alessandra Lazzarin racconta "Un gioco da ragazze": «La mia favola al femminile»

Mercoledì 24 Giugno 2020 di Valentina Venturi
“Un gioco da ragazze” (Orecchio Acerbo Editore)

Un pallone gonfiabile può trasformarsi in una balena, una siepe in una giungla e un lenzuolo nella vela di una barca? Certo, bisogna giusto voltare pagina. Perché se tutto è possibile nella fantasia di una bimba di tre anni, chissà cosa accade quando a immaginare il proprio parco giochi sono in tre. Per scoprire il loro mondo incantato basta entrare in “Un gioco da ragazze” (Orecchio Acerbo Editore), poetico albo ideato e illustrato da Alessandra Lazzarin.
 
Perché una fiaba al femminile?
«Questa storia è nata in modo naturale, i personaggi che sono narrati esistono: sono le mie due gemelle e la loro cugina Carlotta. È nato dalla mia vita e mi è venuto spontaneo raccontarlo proprio com’era, anche perché tra di loro c’è un rapporto molto bello».
 
Crede che le ragazze abbiano più fantasia?
«Sono molto interessata al femminile ma come stato d’animo, stato mentale e modo di conoscere il mondo: la creatività e la fantasia sono più sciolte, libere e naturali. Poi non è detto che questo aspetto non appartenga anche ai maschietti, ma per la maggior parte si ritrova nelle bambine».
 
Da cosa è nato il libro?
«All’epoca le bimbe avevano tre anni e passando molto tempo con loro, avevo l’occasione di disegnarle dal vero. Mi veniva naturale dipingerne i movimenti insieme e mi sono accorta che mentre io le vedevo che giocavano normalmente il loro punto di vista era totalmente diverso: se per me facevano una capriola, loro invece erano dentro a un circo e stavano facendo uno spettacolo fantastico!».
 
Quindi ha scelto il loro punto di vista?
«Mostro la differenza tra quello che vedevo io da adulta e loro da bimbe. In una pagina sono tre amiche dentro un giardino - che non ho disegnato per lasciare la possibilità ad ognuno di vedere il proprio - mentre nella pagina successiva appare come vivevano quel momento e cosa c’era nella loro immaginazione e fantasia».
 
Si definirebbe un’illustratrice?
«Il mio lavoro è raccontare storie e disegnarle. Nell'illustrazione di testi di altri, c’è sempre il mio modo di vedere».
 
Esiste qualche differenza tra illustratrici e illustratori?
«Il disegno non è lontano dalla vita, ne è una specie di riflesso. Non è una questione di segno tra mano maschile e femminile, quanto una questione di sentire, di scelta e di punto di vista. Quindi quando sfoglio lavori di donne, anche se hanno un disegno grintoso e non stereotipato, colgo il loro punto di vista grazie alla selezione dei personaggi, dei colori e delle inquadrature. È molto interessante».
 
Chi sono le sue illustratrici di riferimento?
«La mia maestra, quella che mi ha insegnato la tecnica dell’acquerello è Marina Marcolin, amo tantissimo come raccontano Beatrice Alemagna e Joanna Concejo, mentre Lisbeth Zwerger è storicamente un mio punto di riferimento».

 

 

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