Fernanda Contri: «Una donna presidente della Repubblica? Ora i tempi sono maturi»

Sabato 10 Agosto 2019 di Annamaria Barbato Riccii
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Fernanda Contri, prima donna giudice costituzionale
Nel 2013, quando Giorgio Napolitano finì il suo mandato presidenziale, nell’urna per votare il suo successore, comparve anche qualche scheda con il suo nome: Fernanda Contri. Nel 1986, il Parlamento l’elesse al CSM (prima ad accedervi dell’avvocatura al femminile) e, sei anni dopo, col Governo Amato (1992 – ‘93), fu la prima donna Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha avuto un’esperienza ministeriale col Gabinetto Ciampi (1993 – ’94), quale Ministro degli Affari sociali, finché, nel 1996, il Presidente Scalfaro la nominò Giudice costituzionale ed è stata in carica fino al 2005. Era la prima volta, in Italia. Il 14 dicembre 2004 ha presieduto la Corte Costituzionale, quale vicepresidente. Lungo il suo cammino Fernanda Contri ha sempre tenuto bene a mente il consiglio ricevuto da una sua amica: ricordati di rimandare sempre indietro l'ascensore a una donna.
Secondo lei, perché nessuna donna è mai riuscita a diventare Presidente della Repubblica?
«La risposta è persino banale: perché la parità uomo-donna non si è ancora compiuta. Quando venne eletta presidente della Camera, Nilde Jotti fu considerato un evento eccezionale, ma si radicò poi con l’elezione di Irene Pivetti e Laura Boldrini. Solo oggi, però, a 73 anni dalla nascita della Repubblica, abbiamo una donna Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. E’ un passo importante perché, secondo l’articolo 86 della Costituzione, ha un ruolo di supplenza del Presidente della Repubblica in caso di suo impedimento temporaneo o permanente o di morte; oppure qualora sia in viaggio all’estero particolarmente lungo o di grande distanza. Mi pare che i tempi siano maturi per il passo successivo, che sfata un tabù, anche se non vedo in giro, al di là del sesso, molti politici di spessore in grado di succedere a Sergio Mattarella».
Da giovanissima, cosa avrebbe voluto fare?
«A 14 anni, nel 1949, convintamente la calciatrice. Mia madre si straniva, perché lei era convinta di essere riuscita a trasmettermi quella stessa educazione di bon ton appresa era stata educata a Torino, in un aristocratico Collegio. Si tormentava: «Cosa potrà mai fare, una figlia così, nella vita?». Quando mi chiudeva nella mia stanza per impedirmi di andare a giocare, io comunque fuggivo grazie a un ‘passaggio segreto’. Mio padre era mio complice. Entrambi eravamo gran tifosi del Torino e la tragedia di Superga mi distrusse a tal punto che per giorni non feci che piangere. Sono fedele alla mia squadra e ancora oggi la seguo».
Ha praticato altri sport…
«Certo, oltre al calcio, la pallavolo, il nuoto, il lancio del peso. Più matura, insieme con mio marito, ho fatto sci e arrampicate in montagna. Amavamo a tal punto la montagna che le ceneri di Giorgio son custodite nel Cimitero di Madonna di Campiglio. Quando toccherà a me, anch’io ho disposto di riunirci in quel luogo. Ho amato profondamente mio marito, un uomo straordinario, che fu partigiano e da fiero partigiano ha vissuto tutta la vita. 
Ha scelto di fare l’avvocato nel 1961 quando a praticare la professione non erano in tante».
Fu difficile diventarlo?
«Il mio primo colloquio per il praticantato presso un avvocato amministrativista è emblematico. Il titolare mi parve ben disposto. Mi chiese, però, di tornare l’indomani, per incontrare anche sua moglie (non avvocato). Fu un disastro. L’avversione da parte di lei fu totale, forse perché ero più giovane di 15 anni. L’offerta fu cancellata. Mi sarebbe piaciuto fare l’amministrativista, ma fui costretta ad altre scelte. Ob torto collo, optai per il diritto di famiglia. Una disciplina che mette a confronto col dolore della gente, molto coinvolgente, traumatica anche per l’avvocato. Il destino mi ha portato comunque a interessarmi di diritto pubblico, grazie ai ruoli nel CSM (come vicepresidente della Commissione Disciplinare), nel Governo e nella Corte Costituzionale».
Una nomina che fece scalpore e qualche polemica. Come avvenne?
«Ero a Milano, il 24 ottobre 1996, all’inaugurazione di una mostra su Leo Longanesi, suocero di mio fratello, a 40 anni dalla sua morte. Arriva una telefonata dal Quirinale: il presidente Scalfaro mi chiese di andare a Roma perché doveva parlarmi. Stupita, capii che aveva una certa urgenza, per cui accettai di andare in udienza il giorno dopo. Arrivai in grande anticipo, ma l’attesa trascorse inquieta. Il Presidente andò dritto al punto: «Sai, non mi fa velo la simpatia e l’amicizia che ho per te. Ho visto il tuo curriculum su cui non avevo mai riflettuto. Poiché intendo mandare per la prima volta una donna alla Corte Costituzionale, ho pensato di indicare te». Un po’ sbalordita, osai: ne sarò capace?»
 Abbiamo sfondato il tetto di cristallo?
«Non ho dimenticato l’ammonimento che, decenni fa, mi rivolse una femminista francese: Ricordati di rimandare sempre l’ascensore!. Perciò, nel lasciare i miei incarichi, ho sempre perorato la causa di candidate donne. Quando, 14 anni fa, lasciai la Corte Costituzionale, indicai alla Presidenza della Repubblica una quarantina di potenziali candidate - fra magistrate, avvocate, docenti universitarie – quali potenziali Giudici. Ci son voluti ben 10 anni per vedere una donna come me vicepresidente della Corte Costituzionale. E la Consulta esisteva già da 40 anni allorché m’insediai. Quando, il 14 dicembre 2004, ho presieduto per la prima volta un’udienza, rompendo una prassi consolidata, ho detto ai giornalisti presenti: «Non vi sfuggirà che oggi, per la prima volta dopo 48 anni, una donna presiede il Collegio della Corte.  Un collegio privo dell’intreccio fra il pensiero femminile e maschile, sfiora l’incostituzionalità. Ora finalmente alla Corte siedono 3 donne, di cui una, Marta Cartabia, non per anzianità è vicepresidente. Essendo 15 i giudici, però, il tetto di cristallo è scalfito, non sfondato».
 



 
Ultimo aggiornamento: 11 Agosto, 12:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA