Hoda Barakat, la prima donna a vincere il premio per la letteratura araba: «La mia battaglia per le minoranze»

Lunedì 10 Giugno 2019 di Simona Verrazzo

Un noto proverbio arabo ricorda che Il Cairo scrive, Beirut stampa, Baghdad legge. Stavolta Beirut scrive e stampa, con il Libano che si è aggiudicato l'International Prize for Arabic Fiction (Ipaf) 2019, il più importante premio per la letteratura araba. Se si pensa che l'arabo è parlato da oltre 420 milioni di persone, abbracciando tre continenti e due oceani (Atlantico e Indiano), non è esagerato chi definisce questo premio come un mini-Nobel. Istituito nel 2007 dal Dipartimento Cultura e Turismo di Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) e ispirato al Man Booker Prize per l'inglese, l'Ipaf si pone come obiettivo quello di far conoscere, traducendoli, i più rappresentativi autori che scrivono in arabo. Un valore anche sociale, perché la lingua araba, in tempi di migrazioni di massa, è la voce della diaspora che dal nord Africa e dal medio oriente ha trovato rifugio in Europa. L'edizione di quest'anno è passata alla storia perché, per la prima volta, l'Ipaf è andato a un donna, la scrittrice libanese Hoda Barakat per il romanzo Corriere di notte (da giovedì 13 nelle librerie italiane per La nave di Teseo, traduzione Samuela Pagani). L'unico precedente risale al 2011, quando però il riconoscimento andò, ex equo, sia al marocchino Mohammed Achaari sia alla saudita Raja Alem. Stavolta, invece, è stata una donna, in via esclusiva, ad aggiudicarsi il premio.

Classe 1952, originaria di Beirut, appartenente alla minoranza cristiano-maronita, Hoda Barakat è stata giornalista durante la guerra civile che colpì il Libano dalla metà degli anni '70. Oggi vive a Parigi e domani sarà a Milano per La Milanesiana, la rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, giunta quest'anno alla XX edizione (Ore 21, Palazzo Mezzanotte, dove ha sede la Borsa, ci sarà anche il Nobel Gao Xingjian).

Le vite dei protagonisti di Corriere di notte si sfiorano. Sono esistenze perse, così come le loro missive mai arrivate. Una perdita che però mette in contatto ciascun protagonista. È l'isolamento il tratto caratterizzante della vita ai tempi dei social network?
«È proprio questo il punto. Corriere di notte svela quanto la comunicazione umana sia interrotta, nonostante oggi ci siano un numero e una quantità di mezzi mai avuti prima rispetto al passato».

La tecnologia non può fare la differenza?
«Potrebbe, ma da sola non basta. Un tempo gli strumenti erano più lenti, la strada per raggiungere l'altro più lunga, eppure c'era il contatto umano. Cosa che oggi si va sempre più perdendo».

È un po' come il ritorno alla posta cartacea?
«Sì, come metafora. È il contatto che può generare un oggetto reale, piuttosto che la realtà virtuale».

Donna, libanese, scrittrice, appartenente alla minoranza cristiana maronita. Come si possono conciliare tutte queste caratteristiche con l'impegno nella società?
«Dal punto di vista religioso, io non sento il problema di essere cristiano-maronita perché non vivo la mia fede con l'idea che sia minoritaria».

E allora, in una realtà complessa come il Libano, il vero problema dove sta?
«Le minoranze, siano esse religiose sia linguistiche, subiscono persecuzioni. È questo il problema. E il mio impegno è esserci per ogni minoranza che vive una tragedia simile».

I suoi lavori sono pubblicati in numerose lingue, tra cui l'ebraico. C'è una traduzione a cui si sente particolarmente legata?
«Sicuramente il francese che per me, come per numerosi libanesi, è una sorta di seconda lingua. Ma in generale sono legata a ciascuna di esse, perché ogni lingua rappresenta un arricchimento per il mio lavoro».

Lingue così diverse presentano difficoltà diverse in fase di traduzione?
«Può capitare che il libro venga tradotto utilizzando già la traduzione in un'altra lingua, penso al francese o all'inglese. In quel caso è più difficile creare un rapporto con chi interpreta il mio lavoro.

Per la prima volta un suo volume è pubblicato in Italia da La nave di Teseo. Come è nata questa collaborazione?
«Grazie alla conoscenza con la direttrice Elisabetta Sgarbi. In più di un'occasione ho avuto modo di incontrarla e sono rimasta molto colpita dal suo impegno».

Anche questa volta la sua traduttrice dall'italiano è Samuela Pagani, professoressa di Lingua e letteratura araba all'Università del Salento. Il vostro è uno dei casi in cui il legame tra scrittore e traduttore si protrae nel tempo?
«Sicuramente. Con Samuela Pagani si è instaurato un rapporto di vera amicizia. Succede quando due lingue si incontrano e creano un'alchimia, che è un dare e un ricevere. E leggendo Corriere di notte questa intesa si percepisce».
 

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