Le associazioni femminili a Conte: «Bisogna investire sui centri antiviolenza e sulla prevenzione»

Domenica 2 Febbraio 2020 di Vanna Ugolini

La discriminazione più grande. «I femminicidi sono la prova, concreta, che la vita di una donna vale meno di quella di un uomo». Le parole di Luisa Betti Dakli svelano un altro punto di vista della strage delle donne che in pochi giorni ha segnato cinque vittime in più. Una provocazione, ma non troppo. «Pensate a che mobilitazione di uomini e fondi ci sarebbe se a morire, magari per vicende di mafia o di spaccio di droga, fossero tanti uomini ogni anno. In Spagna il numero dei femminicidi è drasticamente diminuito quando è stata fatta una legge seria ed è stato previsto un investimento di un miliardo di euro in cinque anni per realizzarla - dice senza esistazioni  Betti Dakli, Donnexdiritti - Da noi vengono dati degli spiccioli alle strutture che si occupano di tutela delle donne e i finanziamenti passano attraverso le Regioni con un percorso disomogeneo per cui ad alcuni centri antiviolenza arrivano e ad altri no. Eppure è proprio in questi centri che ci sono le professionalità che possono aiutare le donne. In Italia come possiamo parlare di cambiamentio culturale se il 75 per cento delle donne uccise aveva già denunciato? Evidentemente non c'è personale preparato a prendere le denunce, non ci sono magistrati che si rendono conto di quanto sia importante chiudere questi processi in tempi veloci. Le istituzioni in Italia non sono in grado di rispettare la filiera che dovrebbe tutelare le donne».

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«Ci vorrebbe un impegno molto più grande, costante. Delle istituzioni ma anche fuori. Una campagna costante contro il femminicidio e per una cultura di parità che si faccia ogni giorno, con continuità. Voglio usare un paradosso: una campagna come quella a sostegno del vaccino antinfluenzale. La continuità, l'efficacia del messaggio hanno fatto sì che il messaggio sia passato». Comincia con una provocazione anche la riflessione di Cecilia Cristofori, sociologa, docente della facoltà di Scienze Politiche all'università di Perugia. «Quello che voglio dire è che altro dovrebbero essere i luoghi in cui si agisce a tutela delle vittime di violenza e per la parità di genere: dovrebbero diffondersi a macchia d'olio, uscire dai luoghi istituzionali, dalle scuole e diventare il centro del dibattito. E poi dopo le parole, i fatti: a partire dall'assunzione delle donne nei ruoli di responsabilità, nelle carriere più importanti».

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Non si fa abbastanza o, forse, non si fanno le cose giuste per fermare questo sangue che si sparge, per fermare le mani degli uomini che uccidono le donne per il solo fatto di essere donne. Altro che maschicidi - un termine coniato dal quotidiano Libero per indicare gli uomini uccisi - in numero più alto rispetto ai femminicidi. 

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«Il fatto che ci siano più uomini uccisi in rapine e fatti di criminalità sta solo a indicare sono più aggressivi. Al contrario, le donne che uccidono gli uomini all'interno delle relazioni affettive sono intorno al 2 per cento  - sottolinea Silvia Garambois, presidente dell'associazione Giulia, acronimo per indicare un gruppo di giornaliste "libere e autonome - La mia esperienza mi dice che questi percorsi storici, per il riconoscimento della presenza, dignità e parità delle donne non sono lineari, ma fanno anche passi indietro. Il mio osservatorio è quello dei giornali. Bisogna fare sempre attenzione. Perchè oltre a "Mind the gap", ultimamente non ci sono novità. E, anzi, nella scrittura di genere ci sono passi indietro».

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Bisogna continuare a formare. E non solo i giornalisti ma anche le fonti primarie. «Un comunicato pieno di stereotipi e luoghi comuni, scritto da un rappresentante delle forze dell'ordine che non era evidentemente preparato, circa un femminicidio successo di recente, è stato copiato da molte testate senza cambiarlo. Il risultato è stato devastante. Il racconto della violenza che passa dai giornali deve venire fatto in maniera tale da contribuire alla crescita economica».

 

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