Alexandra, uccisa a 26 anni dall'ex fidanzato, la mamma: «Alle vostre figlie insegnate il diritto a essere felici»

Domenica 9 Giugno 2019 di Vanna Ugolini

Sua figlia, oggi, è profumo di fiori di mimosa. E' la quiete inseguita e, a volte, trovata, del riposo sulla panca di legno all'ombra dell'albero. E' il ricordo di una risata, impreciso come un rumore scritto. E' l'eco di una frase: «Mamma, non hanno creduto a te. Non crederanno a me». Agnes è la mamma di Alexandra, uccisa sei anni fa - quando ne aveva 26 - dal suo ex fidanzato che lei aveva deciso di lasciare dopo una relazione tormentata e che poi, a sua volta, si è ucciso. Agnes, oggi, è anche spiritualmente, la madre di Deborah, la ragazza che ha ucciso il padre violento per legittima difesa, è la madre di tutti quei figli e quelle figlie che, in silenzio, guardano e subiscono la violenza di un genitore contro l'altro.
 

E ogni volta che può racconta la storia della figlia per mettere in guardia le ragazze perchè «le nostre bambine non devono crescere pensando che la violenza sia la normalità. Devono crescere libere e avere il diritto a progettare la loro felicità. Farli vivere nella violenza è come condannarli all'ergastolo ».

Agnes racconta. «Mia figlia è stata uccisa dalla violenza del suo compagno. Ma è stata uccisa perchè quella violenza non è stata capace di riconoscerla. Per lei era quella la normalità di una relazione. Non ha riconosciuto i segnali di allarme di una relazione violenta: la tirata di capelli perchè aveva fatto tardi a una serata, lo schiaffo per il modo con cui si vestiva, le urla. Quello, per lei era normale». Perchè anche Agnes è stata, a sua volta, vittima di violenza. Per lunghi anni ha vissuta una relazione tormentata con il marito. «" Mi vuole troppo bene", mi dicevo. Alzavo muri tra me e il mondo per non vedere che c'erano altri modi di vivere la vita. Mi giustificavo dicendomi che lo facevo per i miei figli, per non far affrontare loro una separazione».

Per tante volte, come purtroppo spesso accade ancora oggi, non ha ricevuto risposta all'aiuto che chiedeva. Per tanti anni Alexandra, sua sorella e suo fratello, sono stati spettatori della violenza che la madre subiva. «Una volta, quando non ne potevo più di subire, ho chiesto aiuto alle forze dell'ordine. Mio marito mi stava picchiando.  «C’è sangue signora?» mi ha chiesto  un agente quando ho telefonato. “No, non c’è sangue” risposi incredula. «Allora non possiamo intervenire. Faccia la brava con suo marito». Io non ero cattiva, però.

E' andata avanti così per anni. Fino a quando il sangue è arrivato.
«Una, due, dieci volte. Quante… non ricordo nemmeno. Ricordo solo che avevo la mia figlia più piccola in braccio coperta di sangue. Del mio sangue, per gli schiaffi che stavo prendendo. E lì, finalmente, ho capito. Quell’immagine di mia figlia insanguinata mi ha fatto dire basta. Quella volta era il mio sangue, la volta successiva sarebbe potuto essere il suo». Agnes ha trovato la forza di andarsene, di tornare a casa sua, in Francia. Alexandra, però, ha preferito restare in Italia. «Si sentiva forte. Aveva tante amiche. Era piena di vita». 

«Oggi rivedo al contrario il film della nostra vita. Ricordo tutto, anche quello che mi sembrava banale e mi chiedo dove ho sbagliato, cosa avrei potuto dirle. Mi chiedo perchè non l'ho presa e portata via con me. A volte, ancora oggi, mi sento in colpa anche se quel grilletto non l’ho tirato io. Mi sento in colpa perchè non ho capito i rischi che mia figlia stava correndo. Ma lei era coraggiosa. A tre anni si metteva tra me e mio marito per difendermi. Poi, mi diceva che andava tutto bene».
Non era vero, tanto che Alexandra lascia il ragazzo e lui non lo accetta. Cerca in tutti i modi di convincerla a tornare con lui ma lei rifiuta. Non denuncia i comportamenti violenti: «Non hanno creduto a te, mamma. Non crederanno a me». Non valuta i rischi a cui va incontro. «La violenza nel rapporto sentimentale era per lei la normalità». E succede la tragedia.

Alexandra, la bambina coraggiosa, oggi, è diventata profumo di mimosa, quiete, ricordo di sorrisi. E Agnes, oggi, è una donna che ha provato a ricominciare. «Ma vedo che sono i miei figli ad avere le difficoltà maggiori. Perchè il ricordo delle violenze a cui hanno assistito è ancora troppo forte». Le parole ascoltate riaffiorano alla mente come fantasmi.

«Voglio dire a tutte le donne, a tutte le persone che possono farci qualcosa, agli uomini che vogliono essere dei padri e dei compagni amorevoli che i bambini e le bambine non devono crescere in un ambiente violento. Per tanti motivi ma, soprattutto, perchè non riconoscono più la violenza come un pericolo. Non lasciamo questa eredità ai nostri figli, per loro è come una condanna all'ergastolo»

 

Ultimo aggiornamento: 10 Giugno, 10:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA