«Noi, sopravvissute alla violenza invisibile. Ora niente ci fa più paura»

Venerdì 24 Aprile 2020 di Maria Lombardi

«Ho fatto, e continuerò a fare, un terzo della quarantena da sola, Pasqua compresa. La restante parte con mio figlio preadolescente. Sono divorziata, vivo in una città del nord, e la mia famiglia di origine mille chilometri più a sud. Ma quello che voglio dirvi è un’altra cosa. Non ho subito, neanche per un attimo, nemmeno una parvenza di destabilizzazione a causa della pandemia. Nonostante io non abbia nè giardino nè terrazzo, nonostante la cassa integrazione, nonostante la preoccupazione per una mamma ottantenne i mille chilometri più a sud di cui sopra. Non perché io sia Wonder Woman. Ma perché appartengo ad una categoria speciale, quella delle sopravvissute. Ad un amore malato. Chi ha attraversato il dolore del trauma che le vittime di abusi psicologici sono costrette ad attraversare, o a morire, sa che si giunge in una sorta di stato di grazia nel quale nulla spaventa o destabilizza. Perché peggio di ciò che è stato non può essere. Si ha la profonda convinzione, la coscienza, che tutto può essere affrontato e superato. Che il cambiamento è un dato costante di ogni esistenza, e pertanto non può spaventare, compreso il cambiamento definitivo, la morte».

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«Questa consapevolezza, sulla quale mi sono confrontata con altre sopravvissute, mi ha resa ancora più cosciente del fatto che le persone, la stragrande maggioranza donne, reduci dagli “stupri dell’anima” sono evidentemente passate attraverso qualcosa che di umano ha ben poco. E che questo “passaggio” nell’orrore resta nascosto ai più. Si sa che qualcosa del genere esiste solo quando emerge in violenza fisica, il femminicidio. Ma. Per ciascun femminicidio esistono migliaia di donne ancora in vita. Parte delle quali sono riuscite a superare il violento trauma dell’abuso. Ma per la restante parte, la gran parte, dire che vivono è come bestemmiare. Perché i traumi da abusi psicologici sono peggio di qualunque altro trauma, gli psicologi parlano di “disturbo post traumatico da stress cronico”. Eppure. Questa violenza non esiste. Impossibile portarla in tribunale. Non è dimostrabile. Impossibile perfino parlarne, se non tra chi l’ha vissuta, quasi fosse uno stigma, qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa di cui sentirsi corresponsabili. Abbastanza comprensibile in un mondo in cui c’è ancora chi mette in dubbio che il femminicidio esista come fenomeno. Figuriamoci se si ha il torto di non morire».

La lettera è firmata, chi l'ha scritta chiede che il suo nome non venga pubblicato. Meglio che lui non sappia, meglio continuare a proteggersi. Chi sopravvive alla violenza che nessuno vede, per andare avanti non può lasciar traccia. Libera di urlare il tuo dolore, ma non il tuo nome. Perché lui è sempre lì, pronto a ribattere che non c'era dolore, non c'erano abusi e non c'era violenza. Perché questa storia, per lui, non esiste. E la colpa ricadrebbe come sempre su di  lei che non ha capito che non è in grado che non merita non vale niente. Quell'orrore invisibile e letale come un virus. Il tunnel è lontano, niente fa più paura, racconta la "sopravvissuta". Ma per raccontare che si sopravvive a quello che lei chiama «amore malato» (amore? perché non chiamarlo per quello che é: abuso, stupro, tortura)  per mostrare a tutte  le sue ferite ma anche la sua nuova forza, per rassicurare che se ne viene fuori, deve restare soltanto la sopravvissuta. 

Raccontate la vostra storia a mindthegap@ilmessaggero.it

 

Ultimo aggiornamento: 16:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA