Giornalismo sportivo sotto accusa, basta descrivere le atlete come "donne con le palle"

Lunedì 10 Febbraio 2020 di Franca Giansoldati
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Il linguaggio, l'uso delle parole appropriate, la capacità di dare il giusto peso a ciò che si descrive contribuisce enormemente alla grande battaglia culturale della parità uomo-donna. In campo sportivo, per esempio, il modo in cui vengono narrate le carriere, i risultati o le vittorie delle atlete rispecchia un divario di genere da colmare. I nomignoli a volte si sprecano e sembrano quasi ridimensionare il valore sportivo delle atlete. Al posto di Azzurre è facile leggere le Azzurrine, oppure - spesso - si indulge su qualche particolare abbastanza inutile, come le unghie colorate, le gambe da pin up, oppure una certa insistenza sulla fisicità dei corpi (“il trio delle cicciottelle”) o ancora peggio, quando viene declinato il valore della donna come specchio maschile: donne con le palle, atleti in gonnella, donne che vincono perchè allenate da uomini. Senza contare che il giornalismo sportivo finisce anche per rovistare nella vita privata di sciatrici, nuotatrici, calciatrici a caccia di gossip, amori, flirt con una morbosità non riscontrabile per gli atleti. 

Gli stereotipi nel giornalismo sportivo sono troppo spesso dietro l'angolo e da tempo sono sotto osservazione di GIULIA, una associazione di giornaliste che ha carattere trasversale, ed è nata proprio per equilibrare un percorso culturale. Il gap narrativo è evidente.

«Media Donne Sport: idee guida per una diversa informazione» è il titolo del manifesto che era stato elaborato dall’associazione GIULIA e da Uisp (Unione Italiana Sport per Tutti) l'anno scorso, a ridosso dei Mondiali di calcio femminile di Francia del 2019 e che in vista di Tokyo 2020 è stato ritirato fuori dal cassetto per essere rilanciato. 

Silvia Garambois ha più volte spiegato che le regole servono per informare bene e con competenza quello che accade, senza indulgere, senza discriminazioni, in modo imparziale. Le atlete vanno raccontato nello stesso modo in cui si descrivono gli atleti. 

A questa preoccupazione c'è poi quella di dare visibilità alle discipline sportive femminili esattamente come a quelle maschili in termini di spazi nella programmazione pubblica e coinvolgere più commentatrici nelle redazioni sportive. 

Laura Moschini dell’Osservatorio inter-universitario di genere, alla agenzia Dire, ha spiegato che esiste alla base una sorta di “resistenza culturale”, che porta ad una rappresentazione scorretta delle atlete «perché il successo delle donne in un campo maschile mette in pericolo lo stereotipo che quel tipo di sport sia per uomini e basta. Si avverte il successo- precisa la docente- ma allo stesso tempo c’è bisogno di sminuirlo».

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