Chiuri, direttore di Dior: «Il divario si batte puntando sulla sorellanza»

Lunedì 13 Maggio 2019 di Anna Franco
Sorriso aperto, anche dopo ore di lavoro, e sguardo da combattente. A guardarla così, Maria Grazia Chiuri, romana, classe 1964, sposata con due figli, direttore creativo dal 2016 di Christian Dior, non sembra la temutissima «italiana sul trono di Francia», come fu definita.
La sua passione per la moda nasce da bambina, complice la madre sarta, si sbizzarrisce comprando e personalizzando con le amiche abiti e accessori al mercato di via Sannio, cresce con lo studio ed esplode da Fendi e Valentino. Si definisce «un curatore che sceglie il meglio dei predecessori da Dior da una mia prospettiva» ed è particolarmente orgogliosa di una t-shirt andata subito sold out che ha riportato l'attenzione sul femminismo, oltre che averlo reso molto trendy.

Cosa è il femminismo oggi per lei?
«Oggi più che mai, il femminismo è una consapevolezza, di uomini e donne, che deve essere parte naturale nel modo di affrontare il mondo. Io sono femminista attraverso la mia sensibilità, il mio lavoro: sono una donna che progetta per le donne, e questo per me significa soprattutto riflettere su come le donne vogliono essere, ma soprattutto le voglio aiutare a vivere la vita di tutti i giorni. Credo che la moda sia un'arma potentissima per dare forma a un messaggio positivo e farlo arrivare a tutti. Così sfrutto questo straordinario potere comunicativo per far arrivare il mio messaggio e creare una rete di pensieri e azioni tra donne a tutti i livelli. Per me oggi il femminismo è prima di tutto uguaglianza, attivismo, orgoglio, condivisione».

Da quando è alla guida di Dior, si è molto occupata di femminismo. È importante nella moda?
«La moda è uno strumento identitario in grado di aiutarci ad amplificare la nostra forza e renderla comprensibile a un vasto pubblico. Per questo, credo sia fondamentale per chi si occupa di moda essere consci del suo valore culturale e soprattutto politico. La responsabilità che sento rispetto alle potenzialità del mio ruolo e rispetto ai doveri del mondo della moda nei confronti della società è molto forte, e non intendo tirarmi indietro».

Comunicare messaggi sociali è un bel peso. Pensa che i designer debbano agire in modo diverso rispetto al passato?
«Credo che, in un momento storico come questo, sia necessario essere più consapevoli del valore e della risonanza che la moda ha nel panorama sociale. Sta noi designer, che per lavoro progettiamo oggetti ma inevitabilmente anche atteggiamenti, corpi e comportamenti, essere in grado di leggere il mondo che ci circonda, per tradurre bisogni e desideri in qualcosa che sia d'aiuto nella espressione della personalità individuale e delle emozioni intime e collettive».

L'ha aiutata essere donna?
«Essere donna è un'avventura quotidiana, e devo dire che mai come adesso analizzo il mio vivere la femminilità per capire meglio come definirla attraverso il mio lavoro. Voglio che le donne che indossano le mie creazioni siano consapevoli che stanno facendo una scelta identitaria, che stanno abbracciando un ideale. Ma voglio anche che provino piacere, che si sentano belle e lusingate e si divertano. La moda è una disciplina seria, ma anche un bellissimo gioco attraverso cui prendere consapevolezza di sé con leggerezza e soddisfazione».



Ha mai incontrato difficoltà?
«Certamente, ma senza ostacoli da superare non ci sarebbero soluzioni nuove e impreviste. Non ci sarebbe progresso ma solo una stasi noiosa. La rivoluzione spesso nasce da uno scontento, da qualcosa che non va: lo stimolo a creare viene proprio dalle situazioni di crisi. Sono le difficoltà a produrre l'adrenalina che serve per imbarcarsi nelle sfide più difficili e belle».

Cosa vorrebbe dire alle nuove generazioni?
«Di lavorare sodo per guadagnarsi il loro spazio. Pensando alla mia esperienza, lavoro e disciplina sono state fondamentali per rendermi la donna che sono ora e farmi arrivare fino a qui. Ma non avrei fatto nulla senza la passione, che mi ha permesso di sopportare anche i momenti difficili. Quindi, equilibrio tra disciplina e passione, tra mente e cuore: ecco il mio consiglio per le nuove generazioni che vogliano costruire un mondo loro».

A proposito di nuove generazioni, parla spesso di quanto sua figlia Rachele la ispiri.
«Con Rachele c'è uno scambio continuo: di idee, di opinioni, di sentimenti. Parliamo spesso di letture, di arte, recuperando le storie di quelle personalità che hanno un'influenza centrale per lo sviluppo del pensiero, in particolare sul femminismo e sulla femminilità. Rachele è la persona che per prima mi ha fatto riflettere sui riferimenti che poteva avere il mio lavoro. A livello progettuale poi, il confronto con Rachele è importante soprattutto perché lei fa parte di quelle giovani donne cui mi rivolgo: capire i suoi bisogni e i suoi desideri è un modo per entrare in contatto con una generazione che non è la mia, ma con cui voglio essere in comunicazione».

La sua famiglia l'ha supportata nel trasferimento a Parigi?
«Quando ho ricevuto la proposta di diventare direttore creativo della maison Dior ero molto felice, ma anche consapevole che un'opportunità del genere avrebbe rivoluzionato la mia quotidianità. La prima cosa che ho fatto è stata confrontarmi con le persone più vicine a me: la mia famiglia, gli amici, i collaboratori più stretti. Il supporto che ho ricevuto è stato incredibile, e progettare insieme il cambiamento è stato davvero un privilegio».

Al di là di sua figlia, quali altre donne la ispirano?
«Sono molte. Ho un mio sisterhood, che continua a crescere, composto da artiste, studiose, pensatrici che mi ispirano continuamente».
  Ultimo aggiornamento: 16:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA