Depressione, su tre milioni di pazienti due sono donne: la distruttività può coinvolgere anche i figli

Lunedì 10 Agosto 2020 di Carla Massi

Depressione, una malattia che fa fatica a riconoscere sia il paziente sia chi gli sta vicino. Si potrebbe dire una malattia “bastarda” che non si vede ed è diffcile da raccontare.  Tre milioni gli italiani che ne soffrono, due milioni sono donne. Per un lungo elenco di motivi, primo tra tutti il sistema ormonale, che la rendono più vulnerabile all'alterazione dell'umore. Purtroppo solo una persona sue due riceve un trattamento corretto e tempestivo.
La scienza oggi vede la genesi della depressione come una combinazione di tre elementi: la predisposizione genetica, la presenza di uno o più eventi scatenanti (lutto, problemi lavoro o in famiglia) e una modificazione nell'equilibrio ormonale e soprattutto nel normale meccanismo di controllo dei neurotrasmettitori, le sostanze che fanno viaggiare i segnali nervosi all'interno del cervello.
«Si tratta di una patologia - spiega Claudio Mencacci Direttore del Dipartimento di Salute mentale del Fatebenefratelli-Sacco di Milano nel libro “Viaggio nella depressione: esplorarne i confini per riconoscerla e affrontarla” scritto con Paola Scaccabarozzi -- anche se i sintomi con cui si esprime non sono per lo più fisici ma emozioni e sentimenti di angoscia, di incapacità a vivere. Parlamo di una condizione che trasforma la famiglia, modifica la vita di coppia e rompe gli equilibri».

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Il paziente è così costretto a convivere con un basso tono dell'umore, una profonda tristezza mista a senso di inutilità e perdita di interesse. La negatività governa ogni pensiero e regala una lettura distorta della realtà, l'autostima quasi scompare e non si ha più la capacità di provare piacere. «Esistono situazioni all'interno della depressione - aggiunge lo psichiatra - che presuppongono episodi distruttivi verso sé e gli altri».

La distruttività, appunto, può arrivare a coinvolgere anche i figli. Non solo a pochi mesi dal parto. Gli psichiatri parlano di “omicidi altruistici” spinti paradossalmente dall'amore. Dal desiderio di voler sottrarre i propri cari al dolore e alla sofferenza del quotidiano. Una sorta di salvezza estrema, ovviamente all'interno di una lettura assolutamente distorta delle relazioni. In altre circostanze l'omicidio dei più piccoli, come nel recente caso a Lecco del padre che ha strangolato i suoi gemelli dodicenni e poi si è suicidato, ha la valenza di una vendetta perché si è stati abbandonati.

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