La campagna #odiareticosta funziona, finora 24 mila segnalazioni dalle vittime degli haters

Giovedì 29 Agosto 2019 di Vanna Ugolini

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la pioggia di insulti contro Carola Rackete, la capitana della nave che ha portato in Italia i migranti raccolti in mare. Da fine luglio è partita la campagna "Odiare ti costa", che vuole aiutare le vittime degli odiatori sul web con azioni culturali e legali. E sono già arrivate 24mila richieste di aiuto. Maura Gancitano, una delle ideatrici della campagna fa il bilancio dei risultati finora ottenuti.
Da cosa ha preso spunto l'idea di far partire la campagna?
«L'iniziativa nasce da un dialogo tra me e Cathy La Torre, che spesso ci siamo ritrovate a confrontarci sul fenomeno dell'odio online, lei in senso giuridico, da avvocata, io in senso filosofico (parlo di questi temi anche in "La società della performance", un libro che ho scritto con Andrea Colamedici). La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la valanga di insulti sessisti rivolti a Carola Rackete in seguito alla vicenda Sea Watch, che ci ha portato a immaginare un'iniziativa di aiuto a tutte le vittime di odio sul web. Quello che accade online non è normale, e ci sembrava essenziale mettere in campo educazione digitale e strumenti di sostegno legale».
Come fuziona la campagna e come si arriva a identificare gli odiatori?
«Odiare Ti Costa ha un aspetto divulgativo (educazione digitale online e dal vivo, che porteremo avanti grazie alla collaborazione di psicologi e altri professionisti) e uno legale. Per segnalare contenuti di odio online bisogna scrivere una mail a odiareticosta@gmail.com, dopodiché si riceverà una lettura giuridicamente orientata. Riceviamo davvero di tutto, molte segnalazioni in realtà non costituiscono hate speech, ma rientrano nella libertà di espressione, mentre altre sono davvero gravissime. In questo periodo si sta avanzando una consultazione con il Consiglio Nazionale Forense, l’Unione delle Camere Penali e l’Associazione Nazionale Giovani Avvocati per mettere a punto un protocollo di funzionamento chiaro e ben definito che verrà illustrato a settembre. Porteremo avanti anche una collaborazione con le piattaforme social. Facebook per esempio sosterrà le attività di sensibilizzazione sull’odio in rete e di informazione sul funzionamento dei suoi “standard di comunità”, insieme studieremo il modo per migliorare il sistema delle segnalazioni a Fb, sarà attivato un canale di segnalazione dei commenti diffamatori o d’odio da parte di Odiare Ti Costa a Facebook per la loro rimozione e verrà finalmente strutturata anche in Italia una vera e propria procedura prevista dal Codice di Condotta sottoscritto dalle principali piattaforme Social con la Commissione Europea».
Proprio pochi giorni fa sono emerse nuove offese a Giorgia Meloni - ripresa in una foto in cui era incinta - e alla Cirinnà per la risata fatta a Salvini. Ritiene che siano più le donne a essere offese sul web o che l'odio sia "equamente" distinto?
«Indubbiamente. Le donne sono continuamente vittime di sessismo, specie se ricoprono ruoli di responsabilità, sono autorevoli o hanno molta visibilità. Si tratta di un problema culturale che in Italia è ancora epidemico: le donne che non sono remissive e non rimangono dietro le quinte danno fastidio, quindi vanno giudicate per il loro aspetto fisico e attaccate in qualunque modo. La politica in particolare è ancora un territorio maschilista, ed è la ragione per cui abbiamo da subito chiesto l'adesione trasversale da parte di tutte le forze politiche, in particolare delle donne vittime ogni giorno di commenti, meme, post, messaggi sessisti». 
Secondo la tua esperienza che cosa porta persone normali a diventare odiatori?
«Ci sono molte ragioni: spesso si tratta di persone frustrate e infelici che trovano soddisfazione nel fare del male ad altre persone, per invidia, per mancanza di empatia o per desiderio di rivalsa. In altri casi sono invece persone insospettabili che sono state manipolate da fake news e portate a identificare un nemico verso cui accanirsi, e che quindi sul web scrivono delle cose che dal vivo non direbbero mai. Il punto è che il web offre un potere enorme e fa sentire giustizieri, come dice il giornalista inglese Jon Ronson, e quindi scardina ogni rispetto nei confronti degli altri. Di tutto questo ci occuperemo con Odiare Ti Costa perché, nonostante il web abbia ormai un bel po' di anni, non abbiamo ancora imparato ad abitarlo dignitosamente».
Oltre alla denuncia, quali sono i comportamenti da seguire per smorzare l'odio sul web che ha portato anche a situazioni tragiche (suicidi etc)?
«Parlandone, cercando di comprendere quello che accade, non alimentando questi fenomeni, creando spazi e comunità in cui si possa confrontarsi senza creare un clima da guerra digitale. Io credo che ci sia un costante appiattimento verso il basso del livello di dialogo sul web, e dobbiamo fare in modo di cambiare questa situazione. Ci stiamo convincendo che sia normale che i social network siano un terreno di guerra, ma non è così, anzi potrebbero essere un grande terreno di scambio, la più grande piazza che l'umanità abbia mai avuto in cui creare un dibattito pubblico su temi di grande attualità. Oggi invece ci si sta con il coltello tra i denti, oppure si sceglie di tirarsene fuori o di non interagire proprio per evitare di diventare vittime di insulti. Ecco, tutto questo va cambiato, ci sono moltissimi modi per farlo e Odiare Ti Costa sta creando collaborazioni con altre realtà che si occupano di educazione digitale e possono far luce su tutto questo».
Quando oltre alle offese vengono pubblicate immagini private, come ci si deve comportare? Lavorate anche su questo?
«Sì, collaboreremo con persone e realtà che si stanno già occupando del fenomeno del revenge porn. Anche in questo caso ci occuperemo sia degli aspetti giuridici sia di quelli culturali, perché chi non si rende conto di violare la privacy di una persona rendendo pubbliche delle immagini intime non può essere solo punito ai sensi della legge, ma ha bisogno di attivare un processo di comprensione, di educazione sentimentale». 
Quante segnalazioni avete ricevuto in un mese e che tipo di richieste d'aiuto sono?
«Abbiamo ricevuto più di 24.000 segnalazioni di ogni tipo e la campagna ha avuto un enorme impatto sul web, sulla carta stampata e in generale nel dibattito pubblico. Non ce lo aspettavamo, dato che l'iniziativa è nata da un video su Facebook a fine luglio. Credo che questo renda evidente l'urgenza di parlare e agire in questa direzione. Non posso parlare degli aspetti legali perché non mi compete, ma posso dire che anche sulla nostra pagina Facebook alcune persone che stiamo aiutando racconteranno presto la propria esperienza, per permettere di capire quanto l'odio possa ferire le persone che lo ricevono, e quanto quindi sia urgente riflettere prima di insultare qualcuno».
Come proseguirete?
«Abbiamo molti progetti online e offline di cui parleremo nel corso dei mesi. Collaboreremo con associazioni, Festival e altre realtà. Bufale.net, I Sentinelli e l'Italia che cambia hanno già confermato l'adesione ufficiale, insieme a molti personaggi pubblici che hanno aderito e stanno usando il nostro hashtag #odiareticosta».
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