Aids, allarme donne: diagnosi in ritardo per una europea su due

Venerdì 29 Novembre 2019

L'Hiv non è un nemico sconfitto, e nel caso delle donne europee la diagnosi arriva ancora troppo spesso in ritardo, specie se la paziente non è più giovanissima. Fanno scalpore i dati diffusi dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall'Ufficio regionale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'Europa, in vista della Giornata mondiale contro l'Aids del 1 dicembre: la diagnosi arriva in ritardo per una donna europea su due.

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In particolare, le pazienti sulla quarantina sono più a rischio di incappare in una diagnosi quando sono già in una fase avanzata dell'infezione da Hiv, e il loro sistema immunitario sta già iniziando a cedere. Secondo i dati del 2018, le donne rappresentano circa un terzo delle 141.000 nuove diagnosi registrate quest'area del mondo: si tratta di una fetta di popolazione trascurata, su cui occorre concentrare gli sforzi mirati alla prevenzione e alla diagnosi precoce. Ad alimentare l'Hiv in Europa è infatti «un problema persistente di diagnosi tardiva», che caratterizza il 54% dei casi noti tra le donne, insistono i ricercatori. I rapporti eterosessuali sono la modalità di trasmissione più comune segnalata dalle pazienti. 

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«Troppe persone che vivono con l'Hiv non sono ancora a conoscenza del loro status - commenta Vytenis Andriukaitis, commissario europeo uscente per la Salute e la sicurezza alimentare - Prima le donne e gli uomini conoscono il loro stato di sieropositività, prima possono essere sottoposti al trattamento antiretrovirale, bloccando la trasmissione dell'Hiv a livello sessuale». «È quindi ancora più importante che i servizi di sanità pubblica favoriscano l'accesso al test e alle cure - continua - Dobbiamo tutti intensificare i nostri sforzi per fermare e invertire l'epidemia di Hiv, e raggiungere così i nostri obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030». «Per le donne la diagnosi di Hiv arriva in genere più tardi degli uomini - commenta Andrea Ammon, direttore dell'Ecdc - Non sappiamo perché, ma sembra che i sistemi attuali» stiano dimenticando «donne e adulti più anziani».

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