La candidata poliziotta aspetta un figlio e il concorso diventa a ostacoli

Sabato 3 Agosto 2019 di Alessia Marani
Partecipa al concorso per aspiranti poliziotti nel 2017, supera le prime selezioni in attesa che il Ministero la convochi per la prova fisica. Ma il tempo passa e lei, una militare siciliana classe 1990, resta incinta. Deve partorire a dicembre, ma la gravidanza rischia di farle perdere l'occasione e il sogno di una vita: entrare in Polizia. Colpa di una burocrazia vecchia e cieca che, di fatto, la condanna all'esclusione perché donna. Burocrazia comune anche a carabinieri e guardia di finanza che negli ultimi bandi parlano esplicitamente della gravidanza come di uno «stato di temporaneo impedimento» che può portare, al momento delle prove fisiche, all'esclusione definitiva dal concorso.

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FORZA MAGGIORE
«Una discriminazione bell'e buona», dice la Consap, Confederazione sindacale autonoma di polizia, che denuncia il caso. Le prove di «efficienza fisica» per l'assunzione di 1.851 allievi poliziotti sono, in corso nella caserma di Castro Pretorio, a Roma. Ma la 29enne, oltretutto, ha minacce di aborto e un certificato medico che lo attesta. Come può affrontare la corsa dei mille metri, il salto in alto e il sollevamento alla sbarra, senza mettere in pericolo se stessa e la creatura che porta in grembo? Impossibile. Per cui chiede di potere rinviare la prova, ma le risposte non le lasciano speranze. Il Dipartimento di pubblica sicurezza segue le regole, fissa una prima data alternativa per luglio, poi dopo una seconda richiesta della donna, al 6 agosto. E spiega: «Il candidato che non può presentarsi per causa di forza maggiore dovrà fare pervenire idonea documentazione. Valutata la documentazione si potrà differire la prove. Tale data dovrà essere ricompresa nell'ambito del calendari previsto, entro e non oltre l'ultima data prevista per le convocazioni». Il 6 agosto appunto. Ma per lei nulla cambia. Non potrà presentarsi comunque nel giorno imposto. Non è l'unica donna in gravidanza chiamata a sottoporsi alla prova, in tutto sono una dozzina. «La vicenda - spiega Cesario Bortone, della Consap - configura una palese discriminazione sessista in quanto lo stato interessante, è di esclusiva prerogativa femminile, con il rischio concreto che questo elemento vada a determinare un ulteriore step di esclusione per le sole donne».

Non basta, il sindacato denuncia la «possibile messa a rischio dell'incolumità delle allieve le quali, pur di non perdere questo treno lavorativo, duramente conquistato, decidano di sottoporsi ugualmente alle prove». La soluzione? Un «intervento in sanatoria» che tuteli il diritto al lavoro delle donne e allo stesso tempo preservi la graduatoria finale, permettendo alla 29enne (che per ragioni di età non potrà comunque partecipare a un altro concorso) di svolgere la prova dopo il parto. Un atto che risponderebbe anche a ragioni di rilevanza sociale. «Le nascite in Italia diminuiscono e trasformare la gravidanza in un ostacolo professionale di fatto aumenta il fenomeno - conclude Bortone - per questo chiediamo una sanatoria del vulnus che, seppure tecnicamente difficile, risponderebbe a criteri di pari opportunità che un'amministrazione dello Stato deve salvaguardare». Una sfida, l'ennesima per lo Stato, sul terreno delle pari opportunità.
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