COVID

Calciatrici fuorigioco, la ct Bertolini: «Noi, discriminate. Potevamo ricominciare come gli uomini»

Sabato 20 Giugno 2020 di Romolo Buffoni
La nazionale di calcio femminile ai mondiali dello scorso anno

Dove sono finiti i riccioli neri di Sara Gama, il sorriso contagioso di Cristiana Girelli, la grinta testaccina di Elisa Bartoli, la corsa sinuosa di Barbara Bonansea, l'entusiasmo esplosivo di Valentina Giacinti? Dove sono finite tutte? Un anno fa, proprio in questi giorni, i tifosi s'innamoravano perdutamente delle ragazze della Nazionale di calcio. Le Sorelle d'Italia al Mondiale di Francia erano finalmente riuscite a spaccare, raggiungendo i quarti di finale e facendo segnare audience da maschi. Pregiudizi presi a calci e muro di diffidenza abbattuto a pallonate. In tv i Mondiali trasmessi da Rai e Sky fecero segnare 25,91 milioni di spettatori, di cui 24,41 milioni solo per le cinque partite dell'Italia (4,88 milioni di media-gara) e share medio di 31,84%. Inoltre, secondo i dati elaborati dalla Nielsen Sport sulle interazioni social durante gli eventi sportivi più rilevanti del mese di giugno 2019, i Mondiali femminili rappresentarono il secondo evento sportivo in Italia in termini di second screen, mentre l'account della Nazionale, con i suoi 693 post e 341.1K di engagement conquistò il terzo posto. Risultato: sponsor attratti come le api dal miele e decollo assicurato.

FERME TUTTE
Un anno dopo il nastro sembra essersi però riavvolto totalmente. Il Covid ha fermato anche il volo delle calciatrici e i campionati sono stati interrotti definitivamente. Ineluttabile? «No, sono mancate la volontà e la determinazione che ci sono state, invece, per fare ripartire il calcio maschile. Pur comprendendo bene tutte le difficoltà, anche il femminile poteva farcela. Le ragazze a mio parere hanno subito un'ingiustizia e una discriminazione». Milena Bertolini è come al solito chiara e diretta. La commissario tecnico è nella sua Reggio Emilia, reduce dalla trasferta a Roma per assistere alla finale di Coppa Italia Napoli-Juventus. Perché gli uomini sono ripartiti e hanno assegnato il loro primo trofeo. Niente da fare invece per le sue ragazze e la Bertolini non ha esitato a puntare il dito contro i club colpevoli della resa, accusandoli di avere allestito la squadra femminile «solo per immagine». «Così è riduttivo. Intendevo dire che la nostra serie A è un ibrido. È formata da 12 squadre, 8 di club professionistici e 4 di club dilettantistici. Io comprendo le difficoltà di questi ultimi, ai quali la Figc comunque sarebbe stata disposta ad andare incontro, ma le altre? Il 4 maggio hanno fatto riallenare gli uomini pur non sapendo se si fosse ripreso il campionato dimenticando le ragazze, che sono comunque un patrimonio. Far star ferme le calciatrici per cinque mesi significa non dargli la dignità che meritano. A giugno solo Juventus e Milan hanno riattivato gli allenamenti per le donne». In realtà si sono fermati anche i campionati in Inghilterra e Francia (dove lo stop c'è stato anche per gli uomini). «Sì ma rispetto agli altri paesi siamo indietro di 15 anni e noi solo da 5 anni che si sta investendo sul movimento. Uno stop di 5 mesi rallenta la crescita e poi in Champions e Nazionale si vedrà purtroppo la differenza...».

SVOLTA PROFESSIONISMO
Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha promesso entro la fine dell'estate la legge di riforma dello sport con dentro il professionismo per le donne. «Ormai ci si deve arrivare ma per tutto lo sport femminile non solo per il calcio - osserva la Bertolini -. Non è più possibile pensare di vivere in una società moderna e democratica senza questa equiparazione. Ora c'è anche la volontà politica, non si possono più avere alibi». Esiste, però, la possibilità che i club possano spaventarsi perché lieviterebbero i costi. Oggi in Italia sono 677 le società di calcio femminile, delle quali 24 per i campionati di Serie A e Serie B (che, novità ancora da ufficializzare, dal prossimo anno passerà da 12 a 14 squadre) gestiti direttamente dalla Figc. In A sono 8 le società affiliate a club maschili (Juventus, Fiorentina, Milan, Roma, Sassuolo, Inter, Empoli ed Hellas Verona), in B 3 (Lazio, Ravenna, Cesena) e poi ci sono Pontedera, Parma, Bologna, Spal e Lecce. «L'impatto deve coinvolgere tutti gli attori - auspica la ct - e quindi bisogna mettere le società nelle condizioni di poter sostenere la trasformazione mettendo risorse per il calcio femminile anche a livello normativo. Oggi ci sono sponsor e diritti tv per rendere il professionismo femminile sostenibile». Attualmente gli stipendi delle calciatrici italiane non possono superare il tetto dei 30.658 euro lordi l'anno con accordi al massimo di 12 mesi. Si possono aggiungere rimborsi di 61 euro al giorno per 5 giorni a settimana (45 durante il periodo di preparazione atletica). Barbara Bonansea, bomber della Juve e della Nazionale, guadagna così al netto di eventuali sponsor personali circa 40.000 euro lordi a stagione. Samantha Sam Kerr, attaccante australiana che gioca in Inghilterra nel Chelsea - battuta dalla azzurre a Francia 19 -, è la più pagata al mondo con i suoi 545mila euro a stagione. Non è, ovviamente, soltanto una questione di vil denaro: professionismo significa anche previdenza sociale e tutele sul lavoro.

NUOVA STAGIONE
La buona notizia è che nonostante lo stop tutti i partner (Sky, TimVision, Esselunga, Puma) hanno confermato il loro impegno anche per la prossima stagione. Il presidente della Figc Gravina per il prossimo Consiglio federale di fine mese ha promesso una sorpresa per il calcio in rosa. Sarà forse l'avvio del campionato per metà agosto? «Non so, ma so che se il torneo non ricomincia per quella data o giù di lì è un casino - commenta la Bertolini -. Cominciare a settembre sarebbe un no-sense per la Nazionale, visto che abbiamo le partite di qualificazione agli Europei, e per i club in Champions: lo scorso anno aver ripreso tardi costò l'eliminazione al primo turno. A queste ragazze non possiamo sempre chiedere miracoli». Il miracolo non è riuscito nemmeno alla Rapinoe e alle sue colleghe americane: bocciata dal tribunale la loro richiesta di veder equiparati i compensi ai colleghi maschi... «Io continuo a fare il tifo per loro - dichiara la ct -. La prima sentenza è stata assurda, ma le battaglie quando sono giuste come in questo caso si vincono». Insomma, non esiste il rischio che la carrozza ridiventi una zucca: «Indietro non si torna ma cambia la velocità con la quale si va avanti. Abbiamo perso già troppo tempo e in Italia ci sono tanti giovani talenti alle quali dobbiamo garantire di poter cullare i propri sogni».
 

Ultimo aggiornamento: 12:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA