Ajna, nata da uno stupro. La mamma: «A volte provavo repulsione, lei mi ha tenuto in vita»

Sabato 7 Settembre 2019 di Gabriele Santoro

È tarda sera a Srebrenica, quando, dopo un viaggio faticoso, Ajna Jusi scarta con cura gli involucri che proteggono fotografie preziose per l'allestimento di un'esposizione. Gli scatti fotografici raffigurano i volti troppo a lungo nascosti dei figli dimenticati della guerra. Questo è il nome dell'organizzazione fondata da Ajna e da altri ventenni bosniaci le cui madri, vittime di stupri, hanno perso la giovinezza nella barbarie dei conflitti bellici jugoslavi.
È difficile definire la venticinquenne Ajna una figlia della guerra, perché ha saputo sconfiggere l'odio, generato dalle violenze devastanti perpetrate nell'ex Jugoslavia, con l'amore materno nella forma più alta e complessa.

Storica decisione dell'Onu, la Bosnia dovrà risarcire le donne vittima degli stupri di massa durante la guerra

UNA STUDENTESSA
Nella primavera del 1992, all'alba della guerra disgregatrice della Bosnia ed Erzegovina, cristalizzata poi dall'accordo di pace di Dayton del 1995, la madre, Sabina Jusi Bai, era una studentessa brillante, originaria della cittadina di Zavidovii, situata nel cuore del Paese alla confluenza di tre fiumi, che non ha mai abbandonato. Bai aveva ventidue anni e all'università disegnava l'avvenire, quando piombò nell'inferno di un campo di concentramento. Come decine di migliaia di donne jugoslave, ha vissuto sul proprio corpo e nell'anima la violenza sessuale, resa da vertici militari, soldati e paramilitari aguzzini uno strumento pianificato di guerra e di presunta conquista.
«L'accettazione della gravidanza è stata dura. Era doloroso sentire crescere dentro di me qualcosa che, in ogni istante, mi ricordava l'atroce violenza patita. Non vedevo l'ora che uscisse dal mio corpo. Nei primi attimi nel mondo Ajna non ha pianto, sembrava fissarmi negli occhi e chiedermi di vivere. Ho superato momenti di crisi profonda: l'amavo ma provavo la pulsione ad allontanarla», ricorda Bai.
In ospedale, nella prima fase dell'allattamento, Sabina traumatizzata e lacerata ha assunto una scelta senza ritorno: donare alla figlia e ricostruire con lei la vita che i criminali le avevano stravolto. Bai ha cercato di proteggerla dal dolore, che con coraggio hanno imparato ad affrontare insieme.
«Ajna è la ragione che mi ha tenuto in vita. A volte ho pensato di essere stata egoista, trattenendola con me. Forse sarebbe stato più semplice crescere lontano dalla Bosnia. Ma so che nessuno avrebbe potuto amarla come ho fatto. Sono orgogliosa di non essere stata sopraffatta dall'odio. E soprattutto sono fiera della donna che lei è diventata, capace di lottare contro la discriminazione, di cui siamo paradossalmente vittime, per la propria libertà e per quella di coloro che condividono il suo stesso destino. Ma direi, più in generale, lei e i suoi coetanei sono la coscienza critica di un Paese che ancora non riesce a fare i conti col passato», dice Sabina Bai.

DOV'È TUO PADRE?
All'età di quindici anni, Ajna ha cominciato a rispondere alle domande che l'hanno sempre tormentata: chi è e dov'è tuo padre? Un giorno diverso dagli altri, rovistando fra i documenti della madre, trovò le carte della polizia che denunciavano la dinamica di massa dello stupro. Dal momento della scoperta, Ajna ha vissuto un periodo di silenzio assoluto, protratto per nove mesi, poi ha attraversato un deserto pieno di fughe dalla scuola, dalla propria città, Zenica, destinazione Sarajevo, ma soprattutto dal peso della verità. Ajna ha deciso di non cercare il padre. Un anno fa ha raccontato per la prima volta in pubblico la vicenda. Si è laureata in psicologia ed è un'attivista.
«Darei ogni mio respiro, colore che vedo e sogno che appare nella mia mente per asciugare per sempre le lacrime sul volto di mia madre. Non posso smettere di ringraziarla per la forza dimostrata. Mi ha fatto sentire in grado d'amare e non di essere la figlia del male. Bisogna debellare lo stigma che ha marchiato mia madre, le altre donne e i figli: la violenza sessuale non è colpa loro, come non lo è l'esserne sopravvissute. È finito il momento di nasconderci. Non esiste alcuna tutela legislativa per noi», sussurra Ajna.
In questo senso potrebbe cambiare qualcosa dopo la recente pronuncia storica della Commissione delle Nazioni Unite contro la tortura. Per la prima volta l'Onu ha stabilito un risarcimento economico, che dovrà essere pagato dalla Bosnia a una donna violentata nel 1993 da un soldato dell'esercito serbo bosniaco di cui parliamo qui sotto. Ajna e Sabina lavorano anche a livello internazionale. Recentemente hanno incontrato per progetti comuni Denis Mukwege, medico e attivista congolese, Nobel per la pace 2018, esperto nella cura delle vittime di violenza sessuale.

L'IDENTITÀ
La mostra fotografica Breaking Free, inaugurata in primavera a Sarajevo, sta percorrendo sulle gambe di Ajna tutta la Bosnia, perché è una storia ancora tutta da scrivere. Anche elementi del personale internazionale, giunto nel paese durante il conflitto, ha commesso questo tipo di crimine aberrante. Si stima che siano quattromila i figli di donne violentate tra il 1992 e il 1995, orfani dati spesso in adozione, e la gran parte di essi è inconsapevole della propria vera identità. La ricerca della verità di Jusi squarcia il velo dell'oblio, che spesso cala nei dopoguerra.
Vent'anni sono pochi per la storia e per rielaborare gli esiti di una guerra fratricida, ma non lo sono nella vita di una persona. Ajna non è sola: in Bosnia ed Erzegovina esiste e resiste una generazione solida di ventenni. Sono costretti a combattere una guerra che non appartiene a loro. Hanno scelto di non andarsene, malgrado la difficile situazione economica, e lottare per cambiare una terra splendida, ma prigioniera di una classe politica, che prospera sulla divisione etnonazionalistica, di memorie e dolori distanti che raramente riescono a parlarsi.

LA NOVITÀ
Ajna e Sabina ritengono fondamentale l'assistenza psicologica, che le ha sostenute. Irfanka Paagi, neuropsichiatra originaria di Srebrenica, fuggita nel 1992 a Tuzla, è stata una pioniera per il sostegno alle donne colpite dalla violenza. Prima di lei nessuno in Bosnia si era occupato di disturbo post traumatico da stress. In piena guerra creò a Tuzla il centro d'accoglienza Tuzlanska Amica. Paagi è una donna geniale, tenace e ironica. L'unica promessa che non mantiene, è smettere di fumare. È una voce critica e libera nella realtà bosniaca, capace di non farsi abbattere dai lutti che l'hanno colpita.
«Durante la guerra le donne hanno dimostrato la propria forza e hanno assunto un ruolo prima negato nella società spiega Paagi. Percorrevano quotidianamente decine di chilometri per assicurare un pezzo di pane ai figli, nonostante i bombardamenti e il fuoco dei cecchini. Hanno fatto i miracoli anche nel dopoguerra. Ora viviamo una fase di riflusso patriarcale. Il percorso di Ajna e Sabina rappresenta l'emancipazione dal male e indica l'unica strada possibile: verità, giustizia e dialogo per un progresso reale della Bosnia».
 

Ultimo aggiornamento: 13:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA