«Tredici mesi per riavere i miei figli dalla comunità. Ho ancora l'incubo che me li portino via», un caso simile a quello di Bibbiano scuote Terni

Venerdì 19 Luglio 2019 di Nicoletta Gigli

Una vicenda avvenuta a Terni che ricorda un po' quella di Bibbiano. «Per un anno non ho dormito. Quei 13 mesi in cui i miei figli Valentina e Pietro erano rinchiusi nella casa famiglia stavo su una sedia ad aspettare che si facesse giorno per ricominciare la mia battaglia contro chi abusava di noi. Era come se mi avessero strappato il cuore. E' stato il periodo più brutto della nostra vita. Volevano farli impazzire in un ospedale psichiatrico ma non ci sono riusciti. Quello che leggiamo sulla vicenda di Bibbiano e successo a me, ai miei figli». Manuela C., ternana, non potrà mai dimenticare.

Ha combattuto con tutte le sue forze contro chi ha messo in piedi un castello accusatorio smontato dalle indagini. Ha lottato a lungo per poter riportare a casa i suoi adorati figli, rimasti senza il papà per un terribile incidente stradale. L'incubo inizia il 28 maggio 2014. Pietro dorme accanto allo zio. Mamma Manuela era andata in Questura la mattina presto, le hanno detto che doveva firmare dei documenti. «Ho sentito armeggiare sulla serratura - racconterà il fratello di Manuela - ho aperto la porta e c'erano otto persone, fabbro compreso. Hanno detto che dovevano portare via Pietro e l'hanno preso». Qualche formalità in Questura, i pianti di disperazione dei ragazzi, le ragioni della mamma e il viaggio verso la comunità protetta. «Pietro e Vale furono sistemati in una stanza della comunità ma io non ho accettato di allontanarmi. Alla fine ci trasferirono nel perugino».

Manuela si ritrova in mano il decreto immediatamente esecutivo del tribunale dei minori, che prevede, per la figlia maggiore, il ricovero presso la neuropsichiatria del Bambino Gesù per la diagnosi psichica. «Le hanno attribuito dichiarazioni che lei non ha mai fatto - grida la donna - i miei figli già stanno soffrendo tanto per la perdita del padre». Un papà, operaio, deceduto nel 2012 dopo due anni passati in un letto d'ospedale. Il risarcimento del tragico incidente ai figli della vittima sarebbe alla base del provvedimento. Con qualche parente del marito che, interessato a poter gestire i soldi dell'assicurazione, avrebbe organizzato una sorta di agguato. Mettendo in mezzo giudici e assistenti sociali per togliere alla mamma la patria potestà. Per un periodo i due minori finiscono in una località segreta.

«Hanno provato a far loro il lavaggio del cervello. Dicevano che ero una madre inadeguata, che non potevo stare con loro, ma non ci sono riusciti. Per incastrarmi facevano fare dei disegni che portavano al Bambino Gesù. Pietro lo volevano dare a una famiglia». Manuela fa fatica a raccontare uno degli episodi più crudi: «Un giorno in comunità le due assistenti sociali e il tutore che li seguivano, tutti ternani, dissero ai miei figli che ero morta, che dovevano dimenticarmi perché li avevo abbandonati. Valentina, più grande, non ci ha creduto. Prese il telefono dell'operatore, si chiuse in bagno e mi chiamò per sincerarsi delle mie condizioni di salute. L'operatore la prese per i capelli e le strappò il telefono di mano. In quella struttura fu anche vittima di molestie». Nei giorni passati in comunità Manuela ha visto scene che non potrà dimenticare.

Manuela riabbraccerà i figli a giugno 2015: «Una gioia indescrivibile e una certezza: questo business deve finire. Non dovranno esserci mai più bambini e genitori costretti a soffrire così». Manuela va avanti con una controdenuncia. Alcuni legali, tra cui Barbara Baratta, stanno mettendo insieme le carte e quegli atti che confermano i tanti lati oscuri di questa orribile vicenda. Mamma Manuela, dopo quello che ha affrontato, non ha paura di nessuno.

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