Antonella Stelitano: «La bicicletta è stata un aiuto per l'emancipazione femminile»

Venerdì 22 Maggio 2020 di Valentina Venturi
1985 Le azzurre al Giro di Norvegia - foto concessa da Mara Mosole

L’emancipazione femminile passa anche per una bicicletta. Grazie ai chilometri percorsi da tante ragazze si è contribuito in maniera determinante ad arricchire il palmarès di medaglie del ciclismo italiano e ad abbreviare il lungo e faticoso cammino verso la libertà della donna. Lo racconta Antonella Stelitano, giornalista e Stella di Bronzo al merito sportivo del CONI, con il libro “Donne in bicicletta” (edicicloeditore). Un’opera che corre su due binari: uno ripercorre l’emancipazione su due ruote, l'altro riporta alla luce la storia di questo sport al femminile dal primo tesseramento risalente al 1962; il tutto arricchito da preziose immagini d’epoca.

Come si collegano emancipazione e bicicletta?
«Magari adesso lo diamo per scontato ma l’Onu l'ha persino voluto mettere come incipit del primo dossier che le Nazioni Unite hanno fatto sulla donna e lo sport».

Di cosa si tratta?
«In un documento di oltre 10 anni fa c’è una frase delle paladine di inizio ‘900, delle suffragette americane che dice: “La cosa che ha più contribuito al processo di emancipazione della donna fino ad oggi è stata la bicicletta”. A loro nel 1899 era già chiarissimo».

Come mai?
«Intanto la bicicletta era un simbolo di libertà che ti permetteva di spostarti in autonomia, senza aspettare l’arrivo dell’uomo in carrozza o a cavallo. E poi davi al mondo la dimostrazione che ce la facevi a padroneggiare il mezzo, un mezzo che per il tempo era rivoluzionario. Infine anche l'abbigliamento doveva essere adeguato, simile al pantalone maschile; il "Rational Dress" invitava alla comodità».

Su quali figure femminili la bicicletta ha influito?
«Ci sono stati vari modi di usarla: dalle donne lavoratrici nel secondo dopoguerra, alle staffette partigiane fino alle attrici e soubrette all’inizio del secolo che le usavano per esibirsi nei teatri. Per non parlare del look».

Ossia?
«La ciclista nell'immaginario collettivo era brutta e con le gambe grosse. Ho trovato un passaggio in un giornale negli anni Sessanta che diceva: “Eppure sono carine e qualcuno addirittura se le sposa”...».

Cosa accade in Italia?
«Ho incontrato donne che hanno corso tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, con incredibili storie in cui venivano non solo sbeffeggiate, ma ostacolate e messe al bando. Per esempio Florinda Parenti classe 1943: figlia di un emigrante, in Belgio comincia ad usare la bici. Nel 1962 la federazione ciclistica italiana deve formare la prima squadra femminile per il mondiale e le chiede di correre per i colori italiani. Florinda, figlia di migranti, accetta con entusiasmo. Il bello è che il medico belga si rifiuta di farle il certificato medico perché nel 1962 diceva che andando in bicicletta non avrebbe più potuto avere figli. Quando poi arriva in Italia va a vivere dai nonni a Parma: comincia a correre e il suo datore di lavoro la licenzia in tronco, dopo aver letto il suo nome nell'ordine di arrivo della Gazzetta dello Sport».

Il nome sul giornale cosa comportava?
«Era fonte di vergogna avere una ciclista che lavorasse nella tua azienda. Una storia emblematica: tutte le obiezioni mediche o morali di fine Ottocento restavano ancora valide negli anni Sessanta».

A suo avviso, chi è la ciclista italiana più famosa?
«Di solito si cita Alfonsina Strada, la prima donna a competere in gare maschili. E ci si dimentica delle altre come Fabiana Luperini che ha vinto cinque Giri d’Italia e tre Tour de France. Chi è il ciclista che ha vinto così tanto in Italia? Non esiste. Oppure Tosca Argentin, la sorella di Moreno Argentin: tutti conoscono lui, eppure Tosca ha corso ai Mondiali».

Quando è nato il libro?
«È stata una sfida. Mi occupo da tempo di temi legati allo sport e ai diritti umani, all’importanza dello sport ad di là del risultato agonistico in sé. Avevo organizzato dei convegni su donne e sport e in uno di questi il vicepresidente Federciclismo Ivano Corbanese mi fa notare che non c'è una ciclista tra gli ospiti. Era vero! Non avevo immaginato né pensato di invitare delle cicliste. E Ivano mi ha proposto di scrivere la loro storia. Tra l’altro ero così ignorante in materia da pensare che in sei mesi avrei potuto raccontare tutto. Mi dicevo: “Quanta roba vuoi ci sia del ciclismo femminile…”. E invece c'ho messo tre anni».

La soddisfazione maggiore?
«Aver dato voce alle loro storie è stata la soddisfazione più grande, aver finito un puzzle usando pezzi nascosti nelle scatole di altri puzzle. Ho impiegato tre anni a scrivere il libro anche perché non trovavo nulla sulle cicliste. Se aprivi le gazzette ciclistiche leggevi annate intere al maschile e se trovavi un articolo che parlava di donne era tanto».

Ultimo aggiornamento: 23 Maggio, 09:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA