Grazia Pulvirenti: «La compagna di Modì era una pittrice geniale ma fu sempre trattata come allieva»

Venerdì 9 Ottobre 2020 di Valentina Venturi
Grazia Pulvirenti © Grazia Ippolito

Parigi, novembre 1916. Al tavolino de La Rotonde, in Boulevard du Montparnasse discutono Modigliani, Picasso, Foujita, Cocteau, Matisse, Soutine e altri pittori e poeti. Sono giovani e in gran parte poveri, credono nell’arte e si sfamano come possono: grazie a una donna che cucina per loro a 70 centesimi a pasto, alla benevolenza di un bar di zona o barattando dipinti per due piatti di minestra. Con loro vivono modelle e donne d’arte, che si dedicano a ispirare e sfamarne l’anima, come Jeanne Hébuterne, figlia della buona borghesia, audace e disinibita, ribelle e anticonformista. Compagna e modella di Amedeo Modigliani (scomparso a Parigi nel 1920), Jeanne si suicida il giorno dopo la morte dell’amato. La loro storia d'amore, d'arte e di tragedia viene raccontata in "Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani", romanzo scritto da Grazia Pulvirenti, Professore Ordinario di Letteratura Tedesca presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università degli Studi di Catania ed edito Jouvence. «Se pensiamo a coloro che diedero vita in quegli anni - racconta Pulvirenti - a una delle più grandi rivoluzioni pittoriche dalle quali nacque la modernità, ci vengono subito in mente figure maschili: Picasso, Braque, Chagall, Foujita, Soutine, Rivera, Utrillo, nella letteratura Apollinaire, Cocteau per citare solo alcuni nomi. Ma immense artiste operavano mosse dal medesimo intento di rivoluzionare i linguaggi artistici: Maria Vassilieff, Chana Orloff, un po’ più lontano Frieda Kahlo, per fare solo qualche esempio. Donne che condividevano e supportavano la vita dei sodali uomini più noti».

Da dove nasce il titolo "Non dipingerai i miei occhi"?

«Da una parafrasi di una frase dello stesso Modigliani: “Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi”. Il contenuto e la tensione sono i medesimi, ma io la faccio pronunziare a Jeanne».

Perché la Storia non è stata generosa con lei? Forse perché donna?

«Non solo donna, ma soprattutto la donna di un genio, che quindi non aveva diritto di esistere se non nel ruolo che le fu più volte attribuito di “allieva”, sebbene la pittura di Jeanne riveli scelte di stile e modalità di rappresentazione antitetiche a quelle di Modì, come ho cercato di far emergere mettendo a confronto i ritratti che realizzarono i due dello stesso soggetto, come quello di Chaïm Soutine: l’opera di Jeanne è materica e il volto ritratto disperatamente sofferente, quella di Modì è un'icona dell’artista martire».

Pensa che a Hébuterne stesse “stretta” la posizione di musa?

«Darò una risposta ambigua e contraddittoria: certo, nel senso che in prima battuta lei entra nel mondo di Montparnasse per diventare pittrice e persegue la sua arte. No, nel senso che nella posa fra modella e artista deve essersi realizzata una unione così intima che lei non poteva vivere in altri momenti della loro esistenza quotidiana».

Modigliani fece a Jeanne più di venti dipinti. Quale pensa fosse la ragione?

«Perché Jeanne fu l’unica donna, fra le tante amate da Modigliani, che non si fece possedere fino in fondo, che non cedette a lui la sua anima, mantendo una propria volontà e identità da metterlo continuamente in discussione».

Qual era in quegli anni il limite per una donna?

«Direi che paradossalmente le possibilità di decidere del proprio destino esistevano, infatti le artiste frequentavano le medesime Accademie e Scuole d’arte degli uomini, ma la mentalità del tempo, come anche la visione storiografica successiva, ha mantenuto l’habitus di vedere nella donna la modella, al massimo la musa, duplice destino toccato a Jeanne».

Un amore già segnato dal dramma?

«Credo che la fine di quell’amore si debba solo alla volontà di Jeanne. Certo non era una relazione che potesse rientrare nella logica di una borghesia conservatrice e fortemente cattolica, caratteristiche della famiglia di provenienza di Jeanne. Ma a Montparnasse le regole del mondo borghese non contavano».

Se avesse potuto, cosa le avrebbe domandato?

«Come si fa ad amare in maniera talmente incondizionata». 

Quali le sue fonti?

«Ho lavorato a partire dai dipinti, per ricostruire lo sguardo di Jeanne sul mondo e quindi la sua visione, le sue emozioni, i suoi turbamenti. Per questa ragione la fonte principale sono state le sue opere pubblicate nel catalogo della mostra “Le silence éternel. Modigliani – Hébuterne (1916-1919)”. È stato attraverso la visione del mondo e delle cose che si esprime nei suoi disegni e dipinti che ho cercato di ricostruire la sua personalità e immaginare la sua vicenda intima».

Perché raccontare questa storia d’amore?

«Perché è in fondo una storia estrema, all’interno della quale la figura di Jeanne e la sua scelta del suicidio, apparentemente suggello del fallimento di una vita, raccontano di un amore incondizionato, di una sorta di amore che romanticamente nella morte trova il suo trascendimento».

Come definirebbe la figura di Jeanne Hébuterne?

«Incantevole e struggente. Nel romanzo l’ho definita una “piccola Melisande sciagurata”: per seguire il suo sogno di amore e arte rinunciò alla propria famiglia, si spinse in punta di piedi nel mondo eccitante, ma anche destabilizzante e travolgente degli artisti di Montparnasse, scelse la fame e la miseria, il freddo e l’umido di una vita randagia, consumata fra un atelier e l’altro, pur di non venir meno alla sua scelta d’amore per Modigliani e per la sua ma anche la propria pittura, dalla quale emerge la sua ricerca interiore e la sua visione del mondo e della vita, in bilico fra lo strazio e la meraviglia continua per la bellezza».

Potrebbe diventare un’icona del femminismo?

«Credo di sì, o almeno nella mia visione e ricostruzione letteraria del personaggio di Jeanne, non succube dell’uomo-genio, ma tesa a un ideale di bellezza che implicava lui in quanto veicolo per il suo scopo».

Ha un consiglio da dare alla “prossima” Jeanne?

«“Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni”».

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