Medici di base: l'emergenza Marche dice che l'Italia del futuro rischia una “Caporetto” sull'assistenza

Frontone, uno dei bellissimi Comuni delle Marche in crisi con i medici di base
di Luca Lippera
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Mercoledì 20 Ottobre 2021, 08:44 - Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre, 19:02

«Esiste o no il diritto in Italia ad esere assistiti e curati da un medico di base, specie in un periodo come quello del Covid?». Migliaia di pazienti-contribuenti che vivono nell'entroterra delle Marche si fanno da mesi la stessa domanda sulla salute perché hanno capito che l'assistenza è a rischio e protestano pervicacemente contro la Regione che li amministra perché la presenza dei dottori di famiglia è sempre più rarefatta. «Specie per chi è avanti con gli anni - dice un gruppo di persone da Montecarotto e da Cingoli -  il problema si prospetta enorme». Il "prosciugamento" nei paesi medio-piccoli del numero dei camici bianchi - un sostegno medico ma anche psicologico - è una tendenza nazionale e in futuro si aggraverà. Ma per le aree collinari e montane di Ancona, Pesaro, Macerata e Ascoli Piceno, la fuga dei dottori sta diventando una “valanga”. A San Lorenzo in Campo, tra il Monte Catria, Pergola e Marotta, uno dei medici convenzionati con la Regione è andato in pensione e tantissimi non sanno più come fare. «Così - dicono un paio di settantenni - non si vive più bene. A chi ti rivolgi quando stai male e vicino non c'è nessuno?».

Medici di famiglia, un terzo in pensione entro il 2023: "Interi comuni rischiano di restare senza assistenza"

Secondo alcuni calcoli, almeno 140 mila marchigiani, nonostante l'epidemia di Coronavirus, stanno sperimentando difficoltà col medico di base. Le quali difficoltà negli anni a venire potrebbero diventare inimmaginabili per un Paese dell'occidente. Amandola, in provincia di Fermo, circa 3.500 abitanti, ha sperimentato cosa vuol dire restare senza medico di base o vedere dimezzata l'offerta sanitaria. Pedaso e Sant'Elpidio, sulla costa ma nella stessa area, vivono con la spada di Damocle di perdere i loro dottori. Ora tocca alla piccola ma bellissima Frontone, mille e trecento abitanti in provincia di Pesaro-Urbino, ai piedi del massiccio del Catria e di un castello fortificato appartenuto ai duchi di Montefeltro, dove l'unico medico di famiglia di sede in paese ha problemi di salute e quello che viene dalla vicina Cagli per sostituirlo c'è solo alcuni giorni a settimana.

Il sindaco di Frontone, Daniele Tagnani, 32 anni, eletto nel 2019 appena trentenne, non vuole rassegnarsi alla piega che stanno prendendo le cose. La gioventù probabilmente gli dà la forza di opporsi a quello che sta accadendo. Almeno di provarci. «Il problema è molto più grave di quanto si immagini - dice - La Regione ammette che i medici di famiglia caleranno almeno del diciotto per cento nei prossimi anni e che non si vede una soluzione. Il fenomeno, lo capisco, è nazionale. Ma non possiamo rassegnarci. I pazienti giovani, tanto tanto, riescono a districarsi. Ma per gli anziani spostarsi a caccia di un medico può diventare un'impresa o un dramma a seconda delle loro condizioni. Ne sto parlando con la Asur Marche (l'azienda sanitaria di zona, ndr). Non ci sono né promesse né impegni. Solo vaghe parole: “Vedremo, poi vedremo”, dicono. Non basta e non va bene. La politica deve mettere mano seriamente al problema. Presto tanti altri Comuni come il nostro, singolarmente piccoli ma rappresentativi, tutti insieme, di una grossa popolazione, potrebbero trovarsi in grandi difficoltà. E' incredibile pensare che un Paese che si ritiene tra tra le eccelenze economiche dell'occidente possa lasciare centinaia di migliaia di persone senza assistenza medica come purtroppo accade nel Terzo Mondo». Tagnani, vista la sfuggevolezza della Regione, ora vuole chiedere un incontro a Roberto Speranza, ministro della Salute del Governo Draghi, il politico a sinistra del Pd che da diciannove mesi parla attraverso la tv a milioni di italiani concentrandosi quasi a senso unico sull'epidemia. 

I medici di base nelle aree interne scarseggiano in tutta Italia, principalmente per i carichi di lavoro e per motivi economici. I dottori di famiglia, che sono in convenzione con le regioni, prendono un tot di euro a paziente al mese e i giovani non fanno la fila per lavorare dove c'è meno densità di abitanti. Raggiungere tetti di mutuati come nelle città è una possibilità solo teorica. Per farlo dovrebbero spostarsi, in lungo e in largo, su territori vasti e impervi, abbracciando più Comuni, con tutto quello che comporta: chilometri in macchina, spese, rischi, ore e ore di lavoro. oggettivamente fatica. La Regione Marche attualmente è amministrata dal Centrodestra. Il presidente è Francesco Acquaroli di Fratelli d'Italia. L'assessore alla Sanità è Filippo Saltamartini, in forza alla Lega. Prima di loro c'era il Centrosinistra guidato da Luca Ceriscioli del Pd. Il problema è noto agli amministratori di ogni colore da tempo, ma le risposte, oggi come ieri, non sono cambiate, perché semplicemente per ora non arrivano.

Nella scorsa primavera un'interrogazione sulla vicenda alla giunta della Regione Marche è caduta nel vuoto. Si calcola che entro il 2026, tra meno di cinque anni, il territorio che ha per capoluogo Ancona perderà altri duecento medici di base. L'emorragia, rispetto al 2018, sarà stata a quel punto di 921 specialisti. Nel solo 2022 ne andranno in pensione 137. Il caso marchigiano non è una esclusiva nazionale: nelle aree interne del Lazio, tanto per fare un esempio, non va affatto meglio e ci sono segnali che fanno tremare gli assistiti: cittadini che pagano le tasse e si aspettano in cambio garanzie dallo Stato. «Si parla solo di Coronavirus - dicono un paio di frontonesi - ma ci sono il cancro, il diabete, le malatttie del cuore e tutte quelle che non conosciamo: il medico di base è il primo con cui si può andare a parlare, il primo che spesso capisce se c'è qualcosa che non va nella salute. Non averne più uno a portata di mano significa aumentare il senso di paura».

La Regione di Ascoli, Ancona e Pesaro, al corrente della sua prospettiva numerica, ha cercato una soluzione ponte elevando a quota 1.800 il tetto di assistiti che possono essere seguiti da ogni medico di base. Si immaginava che i dottori, guadagnando (solo teoricamente) di più, fossero incoraggiati ad assicurare il servizio. Ma nelle aree interne l'idea per ora non sta funzionando più di tanto. «Senza incentivi specifici e potenti - dicono tre specialisti dalle colline di Jesi e del verdicchio - non se ne esce e andrà sempre peggio. Lo stato delle strade interne spesso non è buono e spostarsi è un impresa. Chi stà nei grossi centri magari non lo sa: ma questa è la realtà»». Massimo Magi, segretario regionale della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), ci mette il carico: «E' una condizione insostenibile a cui bisogna mettere mano nell’immediato». La piccola Frontone, dalla rocca arcigna nata nata - pare - nell'anno Mille, dice quello che probabilmente accadrà in parecchiposti: a Cerreto d'Esi, a Monterubbiano, a Novafeltria, magari ad Arcevia e Tolentino, come in Alto-Adige, in Irpinia o in Sicilia. Il medico della cosiddetta "mutua", la certezza di un tempo, rischia di diventare un sogno, con tutto quello che ne può derivare. Longevità dei pazienti inclusa. 

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