Sentinella della pioggia, ecco la ventiduesima e ultima puntata

Lunedì 26 Agosto 2019 di Tatiana de Rosnay
Sentinella della pioggia, ecco la ventiduesima e ultima puntata

Linden fa per aprire la scatola, racchiudendo in mano il metallo freddo. Una formica solitaria gli si arrampica sul palmo; la caccia via. Potrebbe aprirla adesso. Bloccato lì, senza cellulare, che altro potrebbe fare? La stringe tra le dita, provando ad aprire il coperchio. Sembra incollato. Prende una penna nella giacca, piega la clip di metallo completamente all’indietro. Con la punta della clip, preme forte contro l’angolo della scatola. Si apre con uno scatto. Linden solleva il coperchio con cautela. L’interno è intatto. Niente insetti, poca umidità. Trova una busta aperta. Ci sono diversi fogli di carta, piegati con cura, e due brevi articoli ingialliti ritagliati da un giornale. La data del primo è 5 agosto 1952. “Il corpo di una ragazza ritrovato il 3 agosto in una tenuta privata a Vénozan, vicino Sévral, è stato identificato come quello di Suzanne Vallette, sedici anni. La polizia sospetta si tratti di omicidio.” Il secondo articolo è del 10 agosto 1952. “Un uomo legato allo stupro e omicidio di Suzanne Vallette è in custodia a Nyons. È un pastore di 35 anni con precedenti penali.” Chi è Suzanne Vallette? Cosa c’entra con Paul? Perplesso, Linden apre il foglio di carta. Un sonoro colpo di clacson alle sue spalle gli fa accelerare il cuore; la fila di macchine riprende a muoversi. Nervoso, si rimette alla guida, i fogli aperti sulle ginocchia. Il traffico procede lento, ma non così tanto da permettergli di leggere in sicurezza. Raggiunta porte d’Orléans, a un semaforo riesce a decifrare di fretta il primo paragrafo della prima pagina. Riconosce la grafia del padre. Non c’è data.
Tutto inizia e finisce con l’albero. È il più alto. È stato piantato molto prima degli altri. Ha trecento o quattrocento anni. Ha superato tremende tempeste, non ha paura.
Linden si domanda cosa ci sia scritto sugli altri fogli. Perché per Paul sono così importanti?
Decide di andare direttamente in ospedale, senza lasciare l’auto alla stazione di Montparnasse. Svolta a destra su rue du Père-Corentin, e trova un blocco. Rimane venti minuti seduto in auto, infuriato.
Arrivato al Cochin, non riesce a trovare un posto libero. Perde le staffe, impreca colpendo il volante furiosamente con le mani. Fuori di sé, lascia la macchina sul marciapiede. 
Corre più veloce che può verso l’ingresso, la scatola infilata in tasca. È senza fiato mentre aspetta l’ascensore, la bocca asciutta, il cuore che batte. Perché questa angoscia? Con la coda dell’occhio, nota una persona che si avvicina rapidamente da sinistra. La porta dell’ascensore si apre con un bip; avanza per entrare, ma il profilo sfocato dell’uomo che gli si avvicina si mette a fuoco e gli fa voltare la testa. Alleggerito dalla gioia, Linden tira Sacha stretto a sé. L’unica cosa che riesce a mormorare è “Amore mio. Dolce amore mio”. Sacha rabbrividisce, come se avesse freddo. Sorpreso, Linden sente i lunghi brividi che gli scuotono il corpo. Sacha non ha detto una sola parola. Sta piangendo? Sorpreso, Linden prova a fare un passo indietro per riuscire a vederlo, ma lui non glielo permette, stringendolo disperatamente, aggrappandosi a lui con tutta la forza che ha, come se la cosa che più vuole al mondo in questo momento sia proteggere Linden da qualunque cosa lo aspetta, regalandogli un altro po’ di tempo, costruendogli una minuscola diga di ignoranza, perché sa che Linden ricorderà questo istante, questo venerdì, per il resto della sua vita.
Linden lo allontana con gentilezza, tenendosi forte per ciò che leggerà in quegli occhi così amati. Non vuole che Sacha lo dica; non vuole che pronunci quelle parole.
Infine Sacha parla. Lo hanno chiamato ininterrottamente. Hanno capito che c’era un problema con il telefono di Linden, o che lo aveva dimenticato. Non potevano raggiungerlo in nessun modo. Era successo a metà pomeriggio. Era avvenuto serenamente. Paul stringeva le dita di Lauren. Era stato così, con lei in camera, e nessun altro. 
Linden pensa alla madre, che ha assistito all’ultimo respiro, a quell’ultimo sollevarsi del petto. Le lacrime gli sgorgano dagli occhi stanchi. Il padre è morto. Linden si sente confuso, incapace di reagire. Vorrebbe poter aspettare qui, riposare, non dire niente solo per un po’. Sa che non può. Di sopra lo aspettano. Come stanno? Sacha dice che Tilia è incredibile. Sta facendo forza a tutti. Tilia? Linden è sorpreso. Pensava sarebbe crollata. No che non è crollata. Sta consolando Lauren e Mistral, si sta occupando di tutta la trafila burocratica. È calma e comprensiva.
Prendono l’ascensore. La porta della stanza 17 è chiusa. Sa che dietro quella porta c’è il corpo del padre. Sa che a un certo punto dovrà vederlo. Dovrà vedere il padre morto.
C’è la sorella, le braccia strette intorno alla madre e alla nipote. Colin è seduto davanti a loro, la testa poggiata sui palmi. Lo vedono; chiamano forte il suo nome e le lacrime riprendono a sgorgare. C’è un momento intenso e confuso di dolore in cui le frasi sembrano caotiche, interrotte dai singhiozzi.
Solo più tardi, quando si sono consolati in qualche modo tra loro, Linden tira fuori dalla tasca la scatola. Dentro ci sono dei fogli di carta, ma ancora non ha avuto il tempo di leggerli tutti. Lo farà adesso. Prende la prima pagina e inizia a leggere. Legge lentamente, dandosi tempo, fermandosi a prendere fiato.
Quando arriva all’ultima pagina, la passa alla sorella. La voce di Tilia riempie la stanzetta, all’inizio incerta ed esitante, poi sempre più sicura, ed è come se Paul fosse lì, in piedi sull’uscio, le mani in tasca, gli occhi azzurri che risplendono verso di loro.
Sentii i suoi passi avvicinarsi. A ogni passo, le foglie e l’erba frusciavano per avvisarmi. Pensava non avrebbe fatto rumore, ma io lo sentivo perfettamente. Ogni parte di me era tesa in ascolto.
Mi appoggiai all’albero, a occhi chiusi. Ero così fermo, ero come un ramo. Il mostro si avvicinò, ma passò oltre, barcollante.
La pioggia iniziò a cadere, fitta e stabile. Sentii il mostro scappare via correndo, imprecando. Pensai che Suzanne si stesse bagnando e ripresi a piangere. L’albero mi riparò come un enorme ombrello.
Nutrii l’albero di tutto il mio terrore. Prese la mia paura e mi fece diventare parte di sé. Mi racchiuse dentro di sé. Non mi ero mai sentito così protetto. Era come se fossi diventato la corteccia, come se mi fossi infilato tra le crepe e le fessure e avessi oltrepassato il muschio, il lichene, gli insetti che andavano su e giù per il tronco.
E lì, nel cuore del tiglio, seppi che nessun mostro mi avrebbe mai trovato.

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