"Memorie in versi" di Paolo Cordaro, il poeta con i piedi per terra che racconta storie universali

Giovedì 11 Giugno 2020 di Renato Minore
Si potrebbe introdurre Memorie in versi citando Elias Canetti: «Il vero valore del ricordo sta in questo: che ci fa capire che nulla è davvero passato». Perché l’autore di questa raccolta, Paolo Cordaro, è coerentemente sempre coinvolto in un febbrile recupero della sua più antica memoria. Soprattutto quella infantile e adolescenziale, nella convinzione che solo spingendosi così indietro quelle immagini, quel sentimento della vita, quella sensazione di protezione e di appagamento possano ancora essere qualcosa di energico che dia forza e indichi un cognitivo e affettivo di crescita.«Era il tempo… delle lunghe passeggiate, /della chitarra e delle canzoni/urlate a squarciagola, sdraiati /sulle panchine dei giardini, /degli zoccoli e pantaloni a campana».

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Il filo del ricordo è amorevolmente srotolato per recuperare un tempo che ebbe i suoi incanti, i suoi stupori, i suoi riti, quelli che danno il senso della propria presenza nel mondo e il giusto imprinting alla propria fantasia e alle proprie idee: «Restavamo ore/seduti sulla candida panchina/ con i leoni di travertino, /ancor tiepidi delle ore di sole, /ad ammirare il buio/oltre i binari, /profondo come il mare, /incantarci alle poche luci/sulle colline dei Castelli». E per circoscrivere uno spazio fisico, un territorio ben identificato con i suoi segni di riconoscimento, la sua identità, le figure che lo popolano e lo rendono diverso da ogni altro: la borgata che sembra essere «quel centro del mondo» dove avviene tutto, «piccolo mondo antico che assume le fattezze di una favola moderna. Dove capitava di sostare /davanti al bar di Spagno /tra un quartino annacquato, /una partita a quartiglio e/un mozzicone raccattato, /fumato all’incrocio/tra la Tiburtina e lo stradone, /davanti al distributore/statuario sulle strisce».

Cordaro è un raccontatore disteso e puntiglioso che sa dare alla sua storia il fiato di una presa come in diretta sul ricordo che si sfalda e si ricompone, si distende e si lascia trascinare dal pensiero emozionato che lo guida. Sceglie un percorso che punta a rivitalizzare anche l’inevitabile stereotipia che insidia immagini fin troppo “poetiche” come «le primavere gioiose» o «l’olezzante sogno /d’un eterno ritorno». O come la fantasia onirica che immagina «di volare, via oltre Guadagnolo, / vivrò le nuvole e tutto il cielo. / Sarà bellissimo, ma tornerò».  E dal fuoco rigenerato della memoria, sa far riaffiorare piccoli eroi della quotidianità, il poeta «in scarpe fuori misura /sotto una piccola visiera» o Erasmo l’attaccante che vola «in cielo/per colpire /sovrastando il difensore/ dal tesoro dei tuoi riccioli».




Così, come ben dice Antonio Capitano nella introduzione, quella di Cordaro è «poesia con i piedi per terra dalle origini al senso stesso di un dettaglio di un ricordo di storie personali che immediatamente diventano collettive». E lui si distingue come «poeta di comunità attento a non tralasciare ogni briciola del pane quotidiano del racconto social». I disegni che illustrano la raccolta (la stazione di Bagni a Tivoli, la fontanella, le stradine sterrate, la vegetazione a chiazze, i binari morti, i caseggiati che incombono) prolungano con nero e bianco del carboncino la smagata sospensione del ricordo che affiora nei versi di Cordaro: «La solare pazzia e/l’imprevedibilità/rallegravano i giorni/ e continuano adesso/ come nitida istantanea». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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