“La vita gioca con me”, la storia e le ferite di un amore totale: l'ultimo romanzo di Grossman conquista i lettori

Domenica 24 Novembre 2019 di Andrea Velardi
Lo scrittore israeliano David Grossman ha incontrato la scorsa settimana i suoi lettori presso la storica libreria indipendente Nuova Europa “I Granai”, un luogo unico nella capitale per capacità di richiamo e di aggregazione in zone lontane dal centro storico in uno dei due centri commerciali , un avamposto culturale vivissimo che resiste grazie al lavoro di tre donne che si interfacciano con una rara comunità di lettori forti con passione e prossimità. In centinaia  erano presenti per farsi firmare la copia di “La vita gioca con me”, l’ultimo romanzo di Grossman, sul quale siamo riusciti a intervistarlo.

La storia è incentrata sul dramma della famiglia di Vera, deportata nel campo di rieducazione jugoslavo dell’isola di Goli Otok all’epoca delle deportazioni di Tito contro i seguaci di Stalin dopo la rottura del 1948 con il dittatore sovietico. La donna era alla ricerca del marito Miloš, ufficiale serbo di cui si era perdutamente innamorata, imprigionato ingiustamente proprio con l’accusa di essere una spia stalinista. E Vera per riaverlo sarà posta davanti al dilemma più cocente che una moglie e una madre sia costretta ad affrontare. Grossman mostra la coralità di questo dolore in un romanzo dove tutti sentono il bisogno straordinario di raccontare insieme la loro storia e rinascere ripercorrendo la narrazione di un destino sofferto. Con una scrittura inesorabile e martellante l’autore fa risuonare da più punti di vista quella tragedia originaria, il ripercuotersi del dramma sulle generazioni nate da quell’amore, sul trauma inesplorato della figlia Nina, abbandonata all’età di sei anni e mezzo, “campionessa di separazioni, di tagli netti”, che ha fatto patire un’ assenza continua al marito Rafael e alla figlia Ghili che hanno accettato il richiamo della nonna Vera di unirsi con lei nel kibbtuz.  Nina torna in Israele dall’Artico nel kibbutz dove si festeggiano i 90 anni della madre e coinvolge tutti nel progetto di ritorno alle radici della memoria nell’isola della deportazione.

Grossman rivela il retroscena del libro: “La storia mi è stata regalata 25 anni fa circa da una donna che viveva in un kibbutz, Eva Nahir Panić, appartenente ad una famiglia altoborghese croata che aveva conosciuto un ufficiale serbo”. Lei lo chiama appena rientrata nel kibbutz e ne nasce una lunga amicizia. “Aveva 77 anni, la sua vita si è intrecciata alla mia vicenda personale e lei, essendo intelligente l’ha snocciolata passo passo, l’ha centellinata capendo che io sono uno scrittore e le storie hanno su di me un potere irresistibile. Tu mi racconti una storia e io vengo loro dietro incantato come un bambino che va appresso ad una farfalla”. Eva racconta del colpo di fulmine con un ufficiale serbo,  come “dopo quell’incontro il mondo cessò di esistere per entrambi e i due fossero avvolti da una bolla da un senso di appartenenza vicendevole”. La bolla si rompe però e fa i conti con le crudeltà dell’odio e della divisione politica.

Chiediamo a Grossman se si possono davvero ricucire quelle ferite attraverso il viaggio della memoria che nel libro è anche un viaggio geografico e fisico. “Il passato – ci risponde l’autore- è fossilizzato e impedisce di elaborare la narrazione. Noi siamo prigionieri della nostra storia. Io ho cercato di staccare i personaggi dalla realtà di Israele per ripiantarli nel luogo dove si è consumato il loro dramma nel passato. Ci si accorge che se tu cambi un poco il tuo punto di vista della tua storia quando guardi il tuo trauma, qualcosa si libera dentro di te, tu non sei più una vittima passiva della tua storia.  Vera non dimentica, Nina non dimentica, Ghili non dimentica ma se tu cambi prospettiva questo non può continuare a schiacciarti e schiantarti per tutto il resto della tua vita. Se si aprono le ferite allora si crea una circolazione che assomiglia come al ricominciare a respirare a pieni polmoni all’aria aperta”.

Dicevamo come questa circolazione si realizzi a partire da una necessità corale e totale di raccontarsi, attraverso un risuonare condiviso che permette l’intrecciarsi dei punti di vista dei personaggi. Perché “La vita gioca” con me è un grande romanzo familiare, dove si avverte come il senso di calore del kibbutz, della comunità tenti di vincere sulla desolazione del gulag. “Certamente è centrale il tema della famiglia e della coesione nel libro. Un tema che mi ha sempre affascinato perché la famiglia è il teatro del più grande dramma del genere umano. Un dramma tutto ad alto voltaggio, ad alta tensione. Nel libro tutti hanno bisogno di parlare, di esprimere il proprio dolore. E tutti secondo me hanno l’opportunità di raccontare la nostra storia in un modo che ci salvi. A volte  noi non ci sentiamo compresi dai nostri genitori, dai nostri fratelli. Siamo chiusi nel nostro punto di vista egocentrato, le nostre storie sono incistate, diventano ripetitive, fossilizzate, tutto questo ci impedisce di andare avanti nell’elaborazione del nostro vissuto, il nostro racconto personale si arresta. Ma basta che raccontiamo la nostra storia in un modo diverso, che è quello che insegna a fare uno scrittore, noi potremmo riscoprire il punto di vista degli altri, potremmo scoprire che anche nostra madre e nostro padre hanno dritto ad una loro psicologia, ad un loro punto di vista. Aprendoci a queste prospettive il trauma non schiaccia più le nostre vite, riusciamo a respirare con entrambi i polmoni, non siamo più prigionieri della nostra storia siamo capaci di riscoprirla in modo nuovo, vitale”.

Grossman riesce in quest’operazione di apertura della narrazione personale e familiare dei attraverso il dislocamento geografico “estrapolando” i personaggi dal contesto di Israele  a quello dove si è generato lo snodo dell’angoscia. Rafael il marito di Nina, animato da una grande passione del cinema, decide di filmare Vera mentre racconta la sua vita e la moglie propone di andare a girare a Goli Otok, dove tutti la seguono in un crescendo di risonanze e riaffioramenti terribili.  Si crea anche una simmetria rovesciata tra la madre che consegna i suoi ricordi alla videocamera dove resteranno custoditi per sempre e Nina che rivela sin da subito a Rafael la minaccia di un decadimento di quegli stessi ricordi che l’hanno attanagliata per una vita a causa di un Alzheimer precoce. E gli sussurra: “Lasciami morire”. Eppure nel viaggio c’è spazio per una catarsi, per un ritrovarsi, per quella che Grossman definisce per noi “osmosi di grazia”.

E così mentre viene raccontata la storia di una famiglia, si ripercorre anche la tragedia ancora più vasta e corale dei totalitarismi del Novecento. Anche se Grossman rievoca tutte le degenerazioni del sistema politico del secolo scorso aggiungendo perfino, al nazismo e al comunismo, il capitalismo. E rivendicando la sopravvivenza dell’utopia del kibbutz in questo viaggio da Israele all’ex Jugoslavia, dal kibbutz al gulag dove paradossalmente sembra che alla fine sia il calore del kibbutz e non il gelo del Gulag ad avvolgere tutti, con un gran bisogno del calore della comunità e della famiglia che tenta di vincere gli orrori passato.  
 
 
 
 
 
 
 
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