"La confraternita della rosa nera", la favola gotica dell'ispettore Moroder

Domenica 13 Gennaio 2019 di Renato MInore
Waterhouse,
Nel suo saggio sul romanzo poliziesco, Thomas Narcejac scrive che il giallo funziona come una macchina animata da vita propria. Ma a condizione che gli si fornisca l'energia di cui ha bisogno, la «fonte di calore». Cioè «l'emozione». Riccardo De Palo, che già conoscevamo autore di un appassionato romanzo biografico sulla vita di Velázquez e che i nostri lettori ben conoscono come intelligente e molto curioso detective culturale, ha scritto (ben scritto) il suo primo giallo, La confraternita della rosa nera. Un noir veloce e colto, dal tratto occulto e misteriosofico, all'ombra del complotto che minaccia il mondo con risvolti inquietanti di attualità. E con le figure e le scene che ben lo incarnano e ben rivitalizzano la formula, allargano lo schema. Sia dalla parte di chi indaga, sia da quella di chi, in varie vesti, si trova coinvolto nell'indagine. L'emozione, la fonte è proprio la scelta dei luoghi. La Val Gardena con i suoi spazi, il paesaggio, la lingua, il suo ladino, come una veste leggera e frusciante, dai tratti a volte onirici che avvolgono la storia: location geografica, ma anche mood culturale, segno distintivo quasi antropologico con i riti sociali, cibi, modi di dire, una chiacchiera di sottofondo.

In un paradiso dove fiorisce il roseto più alto d'Europa e «l'ultimo cadavere ritrovato è Ötzi, l'uomo di Similaun», una giovane bibliotecaria è trovata uccisa. Ci sono i segni che rinviano a una storia di ritualità omicida, giochi di ruolo estremi che si collegano ad altri casi simili, dispersi in area mitteleuropea. Entra in azione l'ispettore capo Moroder, aborigeno ricapitato in quella terra dopo l'apprendistato nella Capitale, dolorosamente concluso con la morte della moglie e lo scontro con la banda della Magliana. Accanto, una collega bella un po' secchiona e di lui innamorata e due coloriti suoi collaboratori, l'uno romano e l'altro napoletano. Un microcosmo immerso nella vita noiosa di un commissariato di confine, improvvisamente al centro di un vero intrigo internazionale.

I tasselli dell'indagine si incastrano uno dietro l'altro con spostamenti che vanno dalla baita dove Celan incontrò Heidegger (un nome che aleggia sull'inchiesta) al rifugio di Hitler sulla cima delle Alpi bavaresi. Con le pause di alleggerimento che possono rifarsi al Poe della lettera rubata («Se qualcuno vuole nascondersi basta che resti in evidenza») o alle Rose di Eliogabalo di Alma Tadema anticipate nella visione onirica, prima che esse compaiano nella vicenda. 

Dove i vari indiziati (il bibliotecario, il tenutario di un negozio di orologi, il custode di un monumento viennese) sembrano avvolti nella tela di una favola gotica. Su tutto, tira le fila Moroder forte delle sue intuizioni, anche quando tutto lascia presagire il contrario, costretto ad agire nell'ombra per sventare i piani di potenti corrotti. Con l'immancabile accompagnamento che lo pedina come un'ombra, nei pensieri, nei ricordi, nelle citazioni. Molta musica vintage - da I feel Love di Donna Summer agli effetti elettronici del suo amato omonimo Giorgio - scioglie nella scrittura un amabile effetto, insieme nostalgico ed onirico. Lo stesso che stordisce l'ispettore capo quando si bea dinnanzi ai «grandi spazi pieni di silenzio, governato solo dalle leggi della natura e del tempo» della sua Val Pusteria. Ad inchiesta conclusa, un finale aperto. Moroder (e De Palo dietro di lui) lo sa: che voglia serializzarsi? Se son rose, fioriranno. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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