Il mistero della vita e dell'anima nella poesia di Renato Minore finalista al premio Viareggio

Sabato 24 Agosto 2019 di Andrea Velardi
In attesa della serata finale del Premio Viareggio che si tiene stasera al Principino alle ore 21, pratichiamo l’arte vaga ed evocativa del flâneur di Baudelaire passeggiando per il lungo mare di Viareggio con Renato Minore, finalista per la sezione Poesia con la raccolta “O caro pensiero”, ripensando a questo litorale dove è passata una straordinaria teoria di poeti tra i più importanti della nostra letteratura, all’interno dello scenario del Premio di poesia più importante della nazione italiana.  Da quando nel 1946 Leonida Rèpaci introdusse la sezione di poesia il premio è stato vinto da Attilio Bertolucci, Carlo Betocchi; Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini; Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Alda Merini, Giovanni Raboni. Non poteva non essere così visto quanta storia poetica era già passata per la Versilia da Shelley a D’Annunzio. Il vate scrive “La pioggia del pineto” nel 1902 mentre soggiorna nella Villa La Versiliana di Marina di Pietrasanta, immerso in una fitta e panica rete di sentieri boscosi, rapito e stordito, quasi in continua trance immaginifica, dalla litania infaticata delle cicale. Ha portato con sé ventinove cani che si trascina in acqua in «un indiavolato frastuono di risa, di gridi, di tonfi, di abbai, di nitriti».
 
Per definire una sorta di genius loci ex post della creatività letteraria, una sorta di appartenenza inevitabile delle opere ai luoghi da cui nascono e di cui sono impregnate, l’Alcyone, una delle più grandi opere della poesia italiana, non prende vita, nella riviera adriatica, in quel Conventino dell’amico Francesco Paolo Michetti a Francavilla al Mare (Pescara) dove viene invece scritto “Il Piacere” dieci anni prima tra il luglio 1888 e il gennaio 1889. Già dal 1899 l’Alcyone ha la sua lunga gestazione versiliana (si protrarrà fino al 1903) quando Eleonora Duse, la ninfa Ermione de La pioggia nel pineto, affitta una villa a Marina di Pisa, nel casone dell'antica Dogana, e il poeta alloggiava a villa Guadagni,nelle vicinanze del mare. D’Annunzio scrive le prime Laudi sdraiato  sul fondo di una barca, contemplando il mare Tirreno “sparso di alghe morte”. Sgorgano dalla sua mente “fiumi di poesia” e con il suo fare altisonante, con un decadentismo che conserva in lui qualcosa del tragico eroismo romantico, si identifica con  lo spirito giovanile di Percy Shelley, il grande poeta romantico che aveva trovato in quei lidi la morte anni prima.
 
Il viaggio in questi luoghi e la morte del grande poeta romantico meriterebbero un articolo a parte tanto sono sensazionali e tanto è forte ancora oggi la memoria del ritrovamento del suo corpo sulla costa di Viareggio nel luglio del 1822. Era salpato con una goletta, con qualche difetto di fabbricazione, insieme alla moglie Mary, famosa e geniale autrice di Frankestein, opera dalla metafisica vertiginosa, oltre che dalla formidabile inventiva che in quel viaggio tragico, che aveva già perso in quel viaggio entrambi i figli. Arriva pure Lord Byron per il rogo trasformato in una sorta di rito antico di grande emozione e impatto, in cui il corpo del poeta viene cremato con incensi, profumi e oli aromatici ad imitazione del funerale di Miseno nel sesto libro dell’Eneide di Virgilio. Trelawny estrae dal corpo il cuore di Shelley riponendolo in una scatola di legno che Mary seppellisce in Inghilterra, mentre le ceneri vengono custodite insieme ai resti del figlio William, nel cimitero acattolico sito accanto alla Piramide Cestia in Roma vicino ai resti di John Keats.  Oggi Viareggio ricorda Shelley con un festival che va in scena nel mese di giugno e conserva il suo canocchiale nel Museo della marineria, in via Peschiera 9.
 
In attesa del verdetto di stasera passeggia Renato Minore ricorda Leopardi e Rimbaud su cui ha pubblicato fortunatissime e importanti monografie narrative per Bompiani. Ancora legati in qualche modo alla geografia dei luoghi, al borgo e alle peregrinazioni in fuga da se stessi e dal mal di vivere, in cerca di una patria impossibile per il loro struggimento interiore. La ginestra di Leopardi è veramente opposta per sentimenti e prospettive al lirismo fino a se stesso della pineto di D’Annunzio. Mentre l’inquietudine e il peregrinare assimilano molto Shelley all’enfant prodige Rimbaud che consuma in breve, con intensità sbalorditiva, sia la sua stagione lirica che quella umana.
 
Nel suo libro Minore guarda con impazienza e turbamento alla caoticità del mare, mentre non lo assilla quell’incoerenza del cuore che sembra essere una virtù eccentrica più che un difetto per il poeta tanto avvicina paradossalmente alla vita incarnata degli uomini rifuggendo da astratti e sterili schematismi: "Non ti manchi l’incoerenza del cuore. /Non conosce casi generali /solo il caso particolare/ grande perché si muove/ nella sfera del piccolo. Non credere a ciò che si racconta/ O si sogna sul mare./ Terribile è la sua potenza/ Più vicina al caos che alla nostalgia/ Di bianchi delfini e nuvole/ Crucciate come carte/. Bruciate sugli orgli”. Ecco il terzo momento di “Vento o filo d’amore” il micro-canzoniere che inaugura la sezione che dà il titolo al libro, “sezione breve e densa, cuore pulsante del libro” come scrive nella prefazione Raffaele Manica, che include poi il componimento-titolo dove convergono il riferimento a Leopardi (O caro pensiero/ di una notte senza luna) e quello a Kikuo Takano, importante poeta giapponese che è stato amico di Minore e di cui lui ha tradotto non molto tempo fa la silloge “Il senso del cielo”.
 
Nella prima sezione del volume (“Infanzia e dintorni”) l’afflato e la nostalgia hanno una pienezza così elegantemente distillata in formule la cui sintesi non rende laconico il dolore ma lo trasfigura mantenendo il suo mistero e la sua densità. Così come accade in “Piccolo madrigale materno” dove si elabora il ricordo e l’enigma dell’appartenenza tra madre e figlio nei due momenti archetipici della nascita, del provenire da, e della morte della genitrice, della separazione dalla propria origine con il permanere del “me” distaccato da quel “Tu” con cui si è compenetrati a vita: “Passare il ponte di ferro,/ appena dietro la città di rovine/ e il cigolio di morte che raccontavi/ di te che eri già me/il me che non era più te./ Sentire il tremore dell’acciaio e il caldo della tua mano./ Appena smozzicate le parole hanno ancora il seme di quelle poi compiute e definite. / Di te che già non sei più me,/ il me che ora sono di te”.
 
Renato Minore è riuscito a elaborare con essenzialità la propria poetica della notte impenetrabile, dell’enigma dell’esistenza, ricucendola su una fenomenologia del quotidiano e dell’emozione, una narrazione riflessiva perseguita con un linguaggio profondo e colloquiale insieme. Vi è una nuova maturazione, uno sviluppo che mantiene il folto e l’oscuro degli altri libri ma in una lucidità sapienziale, in una dialogicità che rendono ancora più terso e limpido il discorso sulla memoria, sugli affetti, sul mistero, sulla scienza, sulla realtà. Quasi realizzando la massima di Kikuo Takano: “Quanto più a fondo si può fissare tanto più tutto diventa chiaro e limpido”. Per cui la vita riflessa, il romanzo della vita si integra e si sposa pienamente con l’intrigo inestricabile del mistero della realtà. Resta vero quello che scriveva Cesare De Michelis introducendo “Non ne so più di prima” per cui “i versi di Renato Minore emergono dal magma indistinto e confuso dell’esistenza e dell’esperienza raccogliendo parole e significati, immagini ed emozioni, per disporli e comporli  in un ordine che immediatamente ricorda l’organica struttura del racconto”, una struttura che non è lineare e progressiva ma, come ha bene intuito Giovanni Raboni, va avanti per “improvvisi affondi e risalite, anticipazioni e flashback”.

Anche in “O caro pensiero” l’indistinto e il confuso da cui origina questa struttura narrativa della poesia sono districati attraverso una maggiore integrazione della narratività alla dialogicità. Narratività a volte è ellittica che procede per racconti “appena accennati e poi condensati” ma che fornisce in maniera più chiara lo scenario complessivo di un percorso della memoria autobiografica, di un estrapolare immagini e percezioni dal grande arco riassuntivo del romanzo della vita. Su cui campeggia la profonda e pulsante interrogazione del cuore, quella che si appaga del suo stesso domandare, consapevole di non potere riceve risposte definitive e risolutive. Perché, come scrive Minore nella bellissima “Natale di luce e di tenebra”: “Quando il cuore può parlare/ non occorre prepararsi/ interroga oh se interroga/ non arriva a comprendere”.
 
 
 
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