"Ho immensamente voluto", nel libro di Gabriele Barbati la storia degli attiviti cinesi Zeng Jinyan e Hu Jia

Giovedì 29 Ottobre 2020 di Paolo Selleni

Uno dei racconti che nonno Bai le leggeva quando era bambina narrava di un ragazzino che, vedendo tanti piccoli pesci lasciati sulla spiaggia dalla bassa marea, tentava di salvarli rigettandoli uno a uno nel mare. E quando un gruppo di adulti iniziò a sfebbeggiarlo dicendogli che non importava a nessuno di quei pesci e che non sarebbe mai riuscito a salvarli tutti, il bimbo rispose serio: "Importa a questo pesce e importa a quest'altro".

La vita di Zeng Jinyan e di suo marito Hu Jia sembra scorrere nel solco della fiaba, se non fosse che, trattandosi di attivisti per i diritti umani e civili in Cina, la loro storia è costellata di soprusi, divieti, censure, arresti, violenze. Gabriele Barbati ha ricostruito pezzo per pezzo il puzzel di vicende emblematiche della Cina che si proponeva con il motto "un mondo, un sogno" in vista delle Olimpiadi del 2008, una Cina che si mostrava aperta e pronta al cambiamento agli occhi della comunità internazionale ma che al suo interno perseguitava nel modo peggiore i cosiddetti dissidenti e chiudeva ogni strada al dissenso. Con la meticolosità del cronista che a Pechino ha vissuto diversi anni e la passione per i grandi ideali, Barbati ha raccolto la testimonianza di Zeng Jinyan e l'ha romanzata nel suo "Ho immensamente voluto", in libreria dal 29 ottobre (Funanbolo edizioni). Ne è uscito uno spaccato impietoso e durissimo di cosa significhi opporsi al governo e al Partito comunista in Cina, attraverso le vicende e le emozioni di due giovani che, fiduciosi e innamorati, hanno combattuto strenuamente la loro battaglia di libertà e garanzia dei diritti, ma che alla fine si sono divisi, lui restando a Pechino in prima linea tra gli oppositori del regime e lei impegnata a costruirsi una nuova vita universitaria a Hong Kong con la loro piccola Qianci, che significa Grazia e che avevano chiamato così "perchè quello era essere riusciti ad arrivare fino in fondo tra sevizie e tormenti".

Per Jinyan, originaria della provincia del Fujian, tutto cominciò quando, da studentessa di economia a Pechino, partì come volontaria per la provincia dello Henan (nella parte centrale della Cina) per aiutare le famiglie delle vittime della "febbre" che, in realtà, era l'Hiv-Aids: era il 2002 e la trasmissione del virus procedeva al galoppo nelle zone rurali dove la vendita del sangue era diventata un business ma, a cominciare dagli aghi infetti, di regole igieniche e di tutela sanitaria non c'era traccia. Jinyan fondò un'associazione, Beijing Love Sourse, per l'adozione a distanza dei figli di famiglie martoriate dalla sieropositività, ben consapevole che "lo scandalo della vendita del sangue e la trasmissione sessuale del virus erano cause considerate infondate o accettate con rassegnazione dalla gente del posto". La giovane Jinjin (così la chiamavano in famiglia) era minuta e affetta da meningite, ma combattiva e determinata nelle sue azioni. Hu Jia era già laureato e aveva dieci anni più di lei, ma come lei aveva una salute precaria (a causa dell'epatite B contratta durante le prime trasferte nelle campagne) e una volontà di ferro nel dedicarsi agli altri. Denunce, proteste, testimonianze, uscite sulla stampa estera contro le autorità cinesi valsero a lui umiliazioni, pestaggi, arresti, e alla "coppia rivoluzionaria" un controllo di polizia serrato, 24 ore su 24. E quando Hu Jia disse alla moglie che avrebbe lasciato la sua associazione di sostegno agli orfani dell'Aids per dedicarsi a tempo pieno "alla lotta per ottenere la democrazia" fu ancora peggio, poichè "un'affermazione del genere, in Cina, equivaleva a un suicidio".

Lei lo sapeva bene, ma i due erano uniti più che mai dall'amore ("io e mio marito sembravamo eterni e inseparabili, come due divi di Hollywood immortalati in una vecchia foto in bianco e nero") e dalla speranza di un futuro migliore ("eravamo persone comuni, che hanno paura, che gioiscono e che pregano per un futuro sereno"). Intanto, in sottofondo, scorrono le storie di altri dissidenti perseguitati da Pechino, che in qualche modo si intrecciano con le vite di Zeng Jinyan e Hu Jia, fino al Nobel per la Pace Liu Xiaobo e alla sua Carta 08 per la riforma democratica della Cina. Zeng Jinyan finì su Time, tra i cento eroi-pionieri dell'anno per il contributo dato al cambiamento della società, e a Hu Jia fu attribuito dal Parlamento europeo il Premio Sakharov, per la libertà di pensiero: inutile dire che non lo lasciarono andare a Strasburgo a ritirarlo. Ed è fin troppo facile immaginare quanto alla maggiore esposizione mediatica e all'estero dei due corrispondesse una morsa sempre più stretta da parte del sistema.

Hu Jia fu processato e rinchiuso in prigione, Zeng Jinyan fu condannata a un'attesa durissima e senza sconti, con la polizia sempre sotto casa o a seguirla ovunque andasse, perquisizioni, la censura che le tarpava le ali e perfino il divieto di aprire con altre signore un asilo per i propri figli. Intanto Quianci cresceva e, quando finalmente Hu Jia uscì di galera, lei sentì che si poteva ricominciare, ci voleva credere, con quella esigenza di normalità che sembrava essere l'unica prospettiva capace di colmare il buco profondo che nel suo animo aveva scavato la solitudine di quegli anni.

Se non fosse una storia vera, quella raccontata da Barbati avrebbe potuto chiudersi con un classico lieto fine. Ma non è così, perchè quasi subito Hu Jia tornò alle sue battaglie, animato dalla forza dei social che erano esplosi in Cina senza che la censura riuscisse a tacitare tutto immediatamente, e Zeng Jinyan no, perchè non ce la faceva più a essere sintonizzata su quel canale. E' così che lei è partita per Hong Kong e che il loro sogno di ragazzi si è infranto contro un muro invalicabile. Ironia della sorte, era Mao che diceva che il mondo, l'avvenire è dei giovani, "dinamici, in piena espansione, come il sole alle 8 o alle 9 del mattino". Zeng Jinyan e Hu Jia non ce l'hanno fatta a cambiare le cose in Cina, ma la conclusione ha un sapore amaro solo a metà: "Se un domani saranno migliaia le persone disposte a reclamare libertà, e non solo un’avanguardia di visionari che pagano sulla propria pelle, la diga eretta dalle autorità non reggerà la pressione della piena".

 

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