CORONAVIRUS

Io, cinese, scelgo l'Italia: 22 storie di lockdown tra paure, passione e futuro

Giovedì 1 Ottobre 2020 di Lucia Pozzi
Io, cinese, scelgo l'Italia: 22 storie di lockdown tra paure, passione e futuro
Zhao Wei viene dall'Henan, una provincia al centro della Cina, e studia all'Accademia di Belle Arti di Roma. Durante il lockdown era qui da sola e la notizia della morte del nonno le è stata data in videochiamata dalla madre "con la testa avvolta in un panno bianco in segno di lutto". Gu Ailian fa la mediatrice culturale, vive a Torino da 25 anni e nei mesi più duri del Covid cercava di aiutare portando cibo alle famiglie bisognose. Jiang Zhonghua si occupa di insegnamento della lingua cinese e di formazione, è preside e, mentre la sua scuola si convertiva alle lezioni da remoto, i suoi figli si erano messi a distribuire in incognito mascherine a tutti gli inquilini del palazzo in cui vivono da 15 anni. Era una fase delicata, nella quale in Italia non c'era ancora la consapevolezza piena della necessità di usare le protezioni per evitare il contagio, così il suo primogenito ha pensato di accompagnare il dono con "amorevoli messaggi di incoraggiamento, appuntandoli alla porta di ogni appartamento".

Risultato: "Non mi sarei mai aspettata quello che è successo quella stessa sera: scendendo per gettare l’immondizia, mio marito ha trovato l’androne del palazzo pieno zeppo di bigliettini in risposta ai nostri. Leggendoli mi sono venuti gli occhi lucidi....e ogni volta che incontravo qualcuno in ascensore, mi chiedeva quale fosse la situazione in Cina". Yang Zhenfei ha un viso affilato e lo sguardo vispo sotto un paio di occhiali forse un po' troppo grandi per la sua taglia minuta. Gestisce un bed and breakfast a Roma e il 13 gennaio ha conseguito un master alla Sapienza: la sua famiglia era venuta in Italia per l'occasione e non ha potuto ripartire, data l'esplosione della pandemia nel mondo, così hanno vissuto tutti qui il lockdown, con lei che si sente un po' italiana e lo capisce quando "prendiamo l'auto e, allontanandoci anche solo di un chilometro dalla frontiera, iniziamo a criticare il gusto degli spaghetti e del caffè dei Paesi vicini, che non è come quello italiano".

Sono storie a tratti dure e a tratti commoventi quelle raccolte da Hu Lanbo nel libro bilingue "Noi restiamo qui – Come la comunità cinese ha vissuto l'epidemia" (Cina in Italia Editore). Ventidue affreschi a firma di rappresentanti del mondo della cultura, dello spettacolo, del commercio e dell'imprenditoria, operatori di enti no profit, ingegneri e interpreti, tutti di origine cinese, chi di prima e chi di seconda generazione, tutti uniti da un filo rosso abilmente tessuto tra le testimonianze  a voler rimarcare che "rimanere qui significa che il nostro destino è legato a quello dell’Italia, che la consideriamo la nostra casa". Lo scrive con chiarezza Hu Lanbo, che in Italia vive dal 1989, dopo una laurea in letteratura francese alla Sorbonne di Parigi. A Roma ha fondato la rivista bilingue "Cina in Italia", nel 2014 ha ricevuto dall'allora capo dello Stato Napolitano il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia e all'attivo ha diversi libri pubblicati: "Da Pechino a Roma" (2015), Il sole delle otto del mattino" (2017), "La primavera di Pechino" (2019).
Che non sia sempre facile la convivenza emerge chiaramente dalle pagine del libro. Non solo perchè, come racconta la designer Yang Xinge dei suoi primi anni fiorentini, "camminando per le strade mi sentivo spesso chiedere: Ciao, sei giapponese? e, allora, scuotevo la testa sorridendo: No, sono cinese." Ma anche perchè, al di là degli aspetti folcroristici e delle differenze che arricchiscono e vanno coltivate, permane la diffidenza verso il diverso, lo straniero, e la distanza aumenta e si inasprisce quando si attraversano periodi di crisi e di emergenza come la fase Covid.

He Jihong dirige l'istituo Confucio di Firenze e ricorda che nei mesi più difficili "i passanti si allontanavano quando vedevano un cinese". Di aggressioni verbali e anche fisiche ce ne sono state, tutti ricordiamo le proteste della comunità cinese e l'uomo con la mascherina e il cartello "Non sono un virus". Ma dalle pagine di "Noi restiamo qui" emerge anche tanta solidarietà.

Chi Xiaoyu lavora nel turismo e vive a Palermo. Era in Cina durante il lockdown e racconta della vicinanza dei suoi amici siciliani in quel periodo buio, mentre lui stesso ha speso il suo tempo a "far conoscere la Sicilia e a promuovere l'Italia in Cina". Molti si adoperavano con grande tenacia ed energia per mandare mascherine, camici e quant'altro in Cina quando a cantare dai balconi era la gente di Wuhan: Lin Liangjie fa l'agente di viaggio a Roma e racconta di quella corsa contro il tempo continua, con l'aiuto di cittadini, associazioni e dello stesso Vaticano. Poi il vento è cambiato ed eravamo noi ad essere in emergenza. Xu Yinping è una donna di successo, è in Italia dal 1981 e ora ha cinque hotel con oltre 200 dipendenti. La figlia è cardiochirurgo al San Camillo di Roma ed è stata decisiva per far arrivare tute protettive all'ospedale quando i medici ne erano privi. Scrive la madre, che pure sente tutta la responsabilità di un'attività ferma e di tante famiglie senza lavoro: "Non mollo, nella vita bisogna sempre guardare avanti".
Anche  Xu Wenshan, che lavora nel settore della comunicazione, tira fuori il suo amor proprio: ha deciso di non lasciare Milano durante l'epidemia e si dice "onorato e orgoglioso" di averlo fatto. E Shi Yangshi, che con i medici ha lavorato gomito a gomito, traducendo e offrendosi come mediatore culturale anche se nella vita si propone come attore, non nasconde le difficoltà dei cinesi di seconda generazione:  in Cina "ci considerano dei banana, gialli fuori e bianchi dentro. Ma noi alla fine chi siamo? A dirla tutta, interiormente non ci sentiamo molto bianchi, ma non ci sentiamo nemmeno così gialli esteriormente...Per quanto mi riguarda, la Cina è la mia terra d’origine degli Avi Benedetti, ma l’Italia è come una madre adottiva, amorevole, tollerante e gentile".
L'Italia, dunque, come scelta d'amore. E di futuro. "Noi siamo rimasti perchè speriamo di costruire insieme un'Italia migliore", scrive Peng Juan, direttore commerciale nel mondo del design. E forse, guardando oltre con un pizzico di sentimentalismo, vale per tutti quel che dell'Italia che ci aspetta scrive Hu Lanbo: "Non è che non abbiamo paura, è che non potremmo sopportare di lasciarla".
 
Il libro "Noi restiamo qui – Come la comunità cinese ha vissuto l'epidemia" (Cina in Italia Editore) sarà presentato oggi, 1 ottobre, alle 18,30, all'Hotel The Hive a Roma. Prenotazione obbligatoria © RIPRODUZIONE RISERVATA