Boxe, storia dell' Assassino assassinato

Lunedì 16 Novembre 2009 di Massimiliano Gasperini
ROMA (16 novembre) - Il pugilato non c'Ť piý. Travolto in America dalle tv a pagamento che hanno aumentato le borse e atrofizzato l'utenza, dalla stupiditŗ di chi ha moltiplicato le federazioni professionistiche creando una confusione nella quale anche un appassionato si perde. Chi sa quali sono i campioni mondiali dei pesi massimi? E dei pesi medi? Insomma Ť come quando spunta un nuovo partito di cui nessuno sente il bisogno se non chi lo ha fondato e non si capisce bene a cosa serva se non a guadagnare soldi, cariche, poltrone. Cose che fanno male alla politica, cose che hanno fatto male al pugilato.



Restano i libri. Come "E chiamavano me assassino (Stanley Ketchel, il pi√Ļ grande dei selvaggi del ring. E altre storie)". Lo ha scritto Dario Torromeo, giornalista del Corriere dello Sport-Stadio, e parla di una storia vecchia e poco conosciuta. La storia di Stanislaus Kiekal e della sua breve parabola nel mondo della boxe. Copre un arco che va dal 1886, l'anno della sua nascita, al 1910 quello della sua morte. Lo chiamavano "l'Assassino" e non √® il caso di dilungarsi sul perch√©. E' invece il caso di sottolinerare come per molti sia stato i l miglior peso medio della storia del pugilato, e ricordare che la categoria accoglie campioni come Monzon, Hagler, Benvenuti, Griffith. Tanto per chiarire meglio di cosa stiamo parlando.



Come spesso accade nel mondo della boxe la vita di Stanley √® stata una pietanza nella quale non √® mancato alcun ingrediente: adolescenza difficile, padre (ma era il padre davvero?) violento e mamma buona, emigrati dall'Europa negli States, il fratello che uccide il padre per l'eredit√†, cattiveria, voglia di far male sul ring, indifferenza al dolore suo e degli altri. Gode nel sentire il colpo portato bene e il rumore che fa quando entra nella cartilagine dell'avversario. Se ne frega perch√© un pugile sa ¬ęche il dolore vero sul ring arriva solo quando capisci che non puoi vincere¬Ľ.



Gli inizi nei teatri e i primi dollari guadagnati mettendo ko "l'uomo pi√Ļ forte del mondo", la ricchezza, la popolarit√†, il mondiale dei medi e il tentativo per quello dei massimi contro un gigante pi√Ļ alto di 12 centimetri e pi√Ļ pesante di 17 chili. Obiettivo impossibile che Stanley onor√≤ mandando al tappeto l'avversario in un match al quale si era dovuto avvicinare con i vestiti di tre taglie pi√Ļ grossi altrimenti gli scommettitori avrebbero capito che non c'era partita e non avrebbero puntato un dollaro.



Il merito del libro è anche quello di aver fatto riaffiorare con la meticolosità di un cronista e lo spirito di uno storico il mondo dimenticato della boxe inizio secolo: le 40 riprese, i pugni senza guantoni, gli amici ex banditi che ti aspetti nel mondo del pugilato e quelli che non ti aspetti, come il capo indiano Geronimo vecchio e malandato sciamano che non molla Stanley. Alla fine L' "assassino" morirà assassinato, non sul ring, ma per una storia banale, quando pensava a godersi i soldi, e forse stava diventando meno cattivo.



Il libro √® impreziosito da una presentazione di Sergio Rizzo e completato da alcuni racconti che riguardano altri pesi medi. Tiberio Mitri l'uomo che tutto ha avuto e tutto ha perso; Carlos Monzon, lui assassino per davvero; Sugar Ray Robinson forse il pi√Ļ grande, ed altri giganti: Mazzinghi, Benvenuti, Hagler, meraviglioso oggi come lo √® stato sul ring, il contrario di Griffith pestato a sangue da un branco di teppisti all'uscita di un bar. Guerriero gay povero e dimenticato, oggi condannato a vivere nella nebbia del suo cervello malato.



Dario Torromeo (d.torromeo@corsport.it) E chiamavano me assassino (Stanley Ketch, il pi√Ļ grande dei selvaggi del ring e altre storie) Ed. Absolutely Free, 165 pagine, 13 euro Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre, 22:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA