MINIATURE

Lo sguardo dopo il dolore: Alberto Gandolfo in "Quello che resta" ritrae chi rimane

Domenica 30 Giugno 2019 di Nicolas Lozito
Ventisette ritratti per quarant'anni di cronaca italiana. Non foto di attualità, o immagini iconiche, o scatti da giornale. Questi sono semplici ritratti, istintivi, in bianco e nero, di chi è rimasto dopo il dolore. Vedove, fratelli, figlie, nipoti. Come Beppino Englaro, padre di Eluana e protagonista di una lunga battaglia per l'eutanasia della figlia, ritratto contro un muro, avvolto da ombre dure come il suo volto. O come Antonella Tognazzi, moglie del manager bancario David Rossi, e la figlia di lei, Carolina Orlandi, che guardano entrambe in camera con degli occhi fieri e profondissimi.

Quello che resta (Silvana Editoriale, 272pp, 16.5x32cm, 28€) di Alberto Gandolfo, fotografo classe 1983, non è un elenco strutturato, né indaga uno specifico campo: mostra storie conosciute attraverso il lato meno noto ma più vivo, quello dei familiari che rimangono a combattere, ricordare, sopravvivere. Ilaria Cucchi, Giovanni e Luisa Impastato, la madre di Giuseppe Tussa, morto nel disastro del portacontainer Jolly Black del 2013.


Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, fotografata da Alberto Gandolfo

Il libro, stampato in sole 400 copie numerate, ha un formato insolito per un volume di fotografia: estremamente verticale, «dalla forma che ricorda uno schedario come spiega la curatrice del progetto Benedetta Donato perché Alberto teneva gli scatti in uno strano portafoto, così con i designer Tomotomo abbiamo deciso di replicarlo». In copertina c'è Marisa Fiorani, madre di Marcella, studentessa lapidata a morte 26 anni fa perché scappata dalla mafia. Il volto della signora Fiorani non compare nella foto: si vedono solo le mani che tengono il diario della figlia, stretto come fosse un talismano.

Perché un diario non è solo un diario, e Quello che resta non è solo un libro di fotografia. È un libro sull'eredità involontaria che lasciamo e quella che raccogliamo. Sulle nostre battaglie e, in effetti, su ció che intendiamo noi per Italia. Le foto sono fatte con una macchina istantanea, ma non sono immediate. Bisogna guardarle, metterle via, riprenderle in mano, perché le domande sono tante e necessarie: in questi scatti ci sono imbarazzo, diffidenza, intimità, stanchezza, forza . Nei volti di estranei-conosciuti vediamo lo stigma della sopravvivenza, e infine ci chiediamo: se fossimo noi, loro, cosa faremmo?


Adele Chiello Tussa, madre di Giuseppe Tussa, morto nel disastro del portacontainer Jolly Black del 2013. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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