“Affari di libri”, anche lo scrittore vuole essere ascoltato: dieci autori si raccontano tra professione e vita privata

Da Emanuele Trevi a Nadia Terranova, il fil rouge di questo originale esperimento letterario è l’umanità, intesa in senso ampio, dell’artista, che si libera per un attimo della propria maschera per abbandonarsi al racconto di sé

Affari di libri , anche lo scrittore vuole essere ascoltato: dieci autori si raccontano tra professione e vita privata
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Martedì 3 Maggio 2022, 17:53

«Badate bene, io esisto!», gridava Eduardo da un balconcino di cartapesta all’inizio della sua carriera. Dall’attore all’autore, dal trucco di scena esasperato al timido romanzo d’esordio, l’urgenza espressiva dell’artista ha provato nel corso del tempo ad assottigliare la distanza infinita tra la straordinaria complessità dell’universo e la parziale esperienza che di questo se ne ha ogni giorno. Dietro questa necessità, sia essa vulcanica o sommersa nelle parole di un libro, sia essa intrecciata nelle altre forme artistiche, si celano vite, ossessioni, routine, malinconie ed eccitazioni che spesso diamo per scontato. Ci troviamo di fronte a un’opera letteraria compiuta, pronta alla fruizione, della quale giudichiamo la cifra stilistica e lo sforzo espressivo. Ma lì dentro è racchiusa anche un’intera esistenza, che preme per venire alla luce, per essere riconosciuta, accolta.

Ecco allora che “Affari di libri” (Giulio Perrone Editore, collana Le Nuove Onde, 2022), il libro-intervista di Mariagloria Fontana, giornalista e conduttrice radiofonica, mette a nudo le vite di dieci scrittori, che raccontano se stessi oltre il loro lavoro e i loro personaggi. Da Emanuele Trevi a Nadia Terranova, il fil rouge di questo originale esperimento letterario è l’umanità, intesa in senso ampio, dell’artista, che si libera per un attimo della propria maschera per abbandonarsi al racconto di sé: «Non diversamente da altri esseri umani, anzi più degli altri, lo scrittore vuole essere ascoltato, non solo letto, e allora io li ho ascoltati e amati tutti, questi dieci scrittori italiani».

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Com’è nata l’idea di questo libro?

«L’incontro con questi scrittori nasce grazie all’omonimo programma radiofonico che conduco su Radio Radio e Radio Radio TV, grazie al quale ho avuto la possibilità di incontrare le grandi firme del panorama letterario italiano. Questi incontri poi sono andati oltre la trasmissione, si sono create complicità davanti a un caffè, in libreria o nel salotto di casa. Oltre il laboratorio di scrittura di ciascuno di questi artisti, sono sempre stata attratta dalle vite che stanno dietro un processo creativo. Dalle biografie degli autori fino alle leggendarie interviste del «The Paris Review», interessava anche a me provare a dare forma all’anatomia di chi rispondeva alle domande».

Com’è stato entrare nelle vite degli scrittori, nel loro modo di lavorare?

«Avendo una formazione giornalistica ho sempre amato scandagliare le vite degli altri, anche quelle che possono sembrare comuni. Ho fatto voto, in un certo senso, al genere dell’intervista, un genere che mi ha dato la possibilità di immagazzinare esperienze e dar sfogo alla mia passione che è quella della scrittura. Mi interessava anche contestualizzare il momento dell’incontro, la frequenza degli stessi, l’atmosfera, le emozioni. E il libro mi ha dato l'opportunità di poter raccontare tutto questo, omaggiando però anche la professione giornalistica».

A Lisa Ginzburg chiedi conto di una sua frase: «uno scrittore deve essere orfano». Oltre l’eredità quasi “mitologica” del suo cognome, per lei ciò significa che bisogna sentirsi profondamente soli. Questa solitudine l’hai riscontrata spesso negli autori?

«Ognuno di loro ha un rapporto stretto con questo sentimento, anche se ovviamente in maniera diversa. Emanuele Trevi racconta della sua solitudine, una solitudine sia esistenziale sia prosaica, fisica nella relazione con la scrittura, che è un modo di essere soli per se stessi e allo stesso tempo una pratica per esporsi con gli altri, una condivisione che poi deve essere necessariamente universale. La scrittura è un “Io collettivo”, dunque per sua stessa natura si porta dietro un paradosso che è reale e con il quale gli autori devono fare i conti».

Quanto somigliano gli scrittori ai loro personaggi?

«Io credo molto nell’autenticità di un autore perché per scrivere devi essere te stesso, non in una forma di autobiografismo, ma nel senso più alto. L’autenticità è alla base della scrittura ed io sono riuscita a percepirla dietro le loro parole. La personalità di Nadia Terranova, per esempio, coincide molto con quella dei suoi personaggi femminili, con la loro profondità, la loro malinconia, anche se sono storie di finzione. Lo stesso Trevi, in una forma ibrida tra romanzo, saggio e autobiografia, racconta se stesso proiettando nelle pagine l'esperienza di una realtà tridimensionale. Ovviamente non è un processo banale né immediato: dietro c’è un enorme lavoro di trasposizione, di tecnica, di studio, che fa parte di quell'atto creativo di cui parlavamo prima».

L’ultima domanda che poni a tutti è anche la più difficile e impervia: «perché scrivi?». C’è una risposta che ti è rimasta particolarmente impressa?

«Probabilmente quella di Viola di Grado è la risposta che si avvicina di più all’idea che io stessa mi ero fatta della scrittura e dei motivi che possono spingere qualcuno a scrivere. Meno italiana tra le scrittrici italiane, la più internazionale, traduttrice letteraria raffinata, Viola è una vera e propria enfat prodige. «La scrittura sono io» mi ha detto. Lei coincide perfettamente con la scrittura, non conosce un altro modo di vivere. A otto anni ha deciso che non avrebbe parlato più e che avrebbe soltanto scritto. Non era un capriccio, era il suo modo di stare al mondo».

In un’epoca in cui siamo sommersi da infinite informazioni veloci, sfuggenti, che invecchiano nel momento stesso in cui le recepiamo, quale può essere il ruolo di un libro, di un buon libro, al quale invece, per sua stessa natura, occorre dedicare tempo e impegno?

«È una domanda il cui senso corrisponde in un certo modo a quello di questo libro. Forse sono idealista, ma io credo che un articolo, così come un romanzo, possano dare lo stimolo al lettore per guardare qualcosa che prima non vedeva o non riusciva a vedere, a mettere in moto quel mutamento dello sguardo che lo scrittore spera sempre possa avvenire attraverso le sue parole. Anche in un momento difficile come questo, in cui tutto sembra precario e confuso, il ruolo di un libro può essere fondamentale. Io ci credo».

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