Adrian McKinty: «Ero un autista di Uber, ora scrivo bestseller»

Martedì 13 Agosto 2019 di Riccardo De Palo
Una telefonata può cambiare la vita. Prima di diventare scrittore di bestseller, Adrian McKinty era uno stimato autore di gialli nordirlandese, vincitore di tanti premi, ospite fisso dei festival di noir, che con i suoi libri dedicati al detective Sean Duffy non riusciva a mantenere la moglie e le due adorate figlie. Aveva ottime recensioni, ma non riusciva a sfondare. «Nessuno - racconta - voleva leggere dei romanzi ambientati a Belfast, nessun editore li faceva tradurre, e non finivano mai nelle edizioni tascabili». Al massimo, vendeva mille copie all'anno, e a casa non c'era mai niente da mangiare. Così, dopo avere subito l'ennesimo smacco - uno sfratto dalla sua casa di Melbourne per morosità - decise di punto in bianco di attaccare la macchina da scrivere (anzi, il pc) al chiodo, e di trovarsi un lavoro normale. Nella fattispecie: barista e autista Uber part time. Era abituato a cavarsela, veniva da una famiglia numerosa, ce l'avrebbe fatta anche questa volta. Ma doveva mettere da parte la letteratura. Finché, due anni fa, il telefono squillò.
«Era lo scrittore de Il cartello, Don Winslow - racconta McKinty - che aveva appreso da un giornale la mia decisione di smettere e voleva sapere se fosse vero. Sì, lo è, gli dissi: non scrivo più perché devo guadagnarmi da vivere. Ma è un peccato, rispose, lascia che ti metta in contatto con il mio agente. Ok, mormorai, dagli pure il mio numero; ma tanto è inutile»

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Poi cosa accadde?
«Mi chiamò qualche giorno dopo, nel cuore della notte, un uomo che mi disse, mentre ero mezzo addormentato: Adrian, credo che tu debba scrivere un romanzo ambientato in America e non a Belfast! Io non volevo veramente parlare con quell'uomo, non sapevo chi fosse...»

Era Shane Salerno, agente del grande autore di crime americano, Don Winslow, stimato sceneggiatore e biografo di Salinger?
«Esatto, ma non ero interessato a ricominciare con la narrativa, quindi rifiutai. Dissi: Non farò niente del genere. E gli riattaccai il telefono in faccia».

Ma lui richiamò.
«Sì, e mi supplicò: Adrian, ti prego, non smettere. Don Winslow ci aveva provato, tre anni fa, e la sua vita non stava andando da nessuna parte: l'ho convinto a ricominciare, e vorrei riuscire a fare lo stesso anche con te. Gli raccontai di malavoglia che, ok, in realtà avevo l'idea di un romanzo ambientato in America, su dei rapimenti a catena, seriali: ognuno deve sequestrare il bambino di qualcun altro per riavere il proprio figlio, e pagare un riscatto all'organizzazione».

Cioè la trama del suo nuovo thriller, The Chain.
«Esatto. Shane quando la udì, era come impazzito: Oh my God, please, voglio leggere quel romanzo! Mandamelo subito! Io freddai il suo entusiasmo, gli dissi che il libro era soltanto nella mia testa. Allora, scrivimi il primo capitolo, rispose, lo voglio leggere, per favore! E io replicai: no, non c'è niente, non c'è nessun libro. Poi lui mi disse: Cosa stai facendo adesso? Adesso? Sono le tre del mattino, torno a dormire. No, incalzò, tu adesso prendi il tuo computer, scrivi le prime pagine di questo libro che hai nella testa e me le mandi».

Lei accettò?
«Risposi che non avevo alcuna intenzione di ascoltarlo, che dovevo lavorare per mantenere la mia famiglia. Ok, aggiunse per convincermi: Che ne dici se ti verso diecimila dollari sul tuo conto e tu mi scrivi l'incipit? Non pensare che sia beneficenza: è un acconto sul romanzo».

Lei lo fece?
«Sì, ho cominciato febbrilmente a scrivere il primo capitolo di The Chain e gli ho spedito trenta cartelle via email mentre era ancora notte. Cercavo di spiegare a mia moglie cosa fosse successo, quando squillò di nuovo il telefono. Era sempre Salerno: Questa storia è fantastica, ora ho bisogno di altre trecento pagine esattamente come queste!»

Alla fine il libro lo ha scritto ed è in classifica da tre settimane.
«Sì, mia moglie ha trovato lavoro a Manhattan, ci siamo trasferiti, l'ho terminato l'anno scorso dopo il trasloco. Oggi The Chain è nella lista dei bestseller del New York Times, è in classifica nel Regno Unito e in Australia. Un successo incredibile».

Il suo è un thriller all'ultimo respiro: il 26 agosto uscirà anche in Italia, per Longanesi.
«Credo di avere perso il conto dei Paesi in cui sarà pubblicato: 47, credo».

E ha venduto i diritti per farne un film.
«Fu un'altra telefonata molto buffa. È la Paramount, sa chi siamo? Oh sì, naturalmente, avete fatto Il padrino, La conversazione, Chinatown, sono cresciuto con i vostri film. Bene, ci piacerebbe opzionare il suo libro. Io risposi con entusiasmo: Sì, sì, facciamolo. Shane era furioso: Ma come, hai accettato prima ancora di avere parlato di soldi? Dobbiamo negoziare».

Alla fine quanto ha spuntato?
«L'accordo che abbiamo fatto prevede vari step. Ma, se tutto andrà per il verso giusto e il film andrà in produzione, mi daranno un milione di dollari. È pazzesco».

Dove ha trovato l'ispirazione per The Chain?
«Sono stato a Città del Messico, molti anni fa, e ho appreso di questa modalità di ricatto particolare. Non avevo ancora intenzione di scrivere un romanzo, ma la storia mi rimase impressa».

Stephen King ha definito il suo lavoro spaventoso, travolgente, originale. Lee Child ne è entusiasta. Tana French trova la sua opera memorabile.
Ne ha già un altro, di libro per la testa?

«Sì, ce l'ho, ma preferisco non parlarne: posso dire che sarà un thriller e che dovrei cominciare a lavorarci nel giro di un paio di settimane; sarà molto divertente farlo».

Cosa direbbe a un aspirante scrittore?
«Di non rinunciare mai ai propri sogni. Spero che la mia storia ispiri anche la vita degli altri».
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