Sami Modiano abbraccia gli studenti di Latina: «Siete la speranza, solo grazie a voi ragazzi ho compreso perché sono uscito vivo dal lager»

Venerdì 11 Gennaio 2019 di Vittorio Buongiorno
«Perché io?». Sami Modiano se lo è chiesto per sessanta anni. Ne aveva 13 quando fu deportato dai nazisti a Birkenau dalla sua Rodi con la famiglia e con l’intera comunità ebraica che per 500 anni aveva vissuto in pace in quel crogiolo di razze e religioni in mezzo al Mediterraneo. Un mese di viaggio, la mano di suo padre tenuta stretta, il numero tatuato sul braccio in sequenza ad entrambi, un pigiama a righe, un cappello a righe e due zoccoli di legno. Un inferno lungo cinque mesi da cui lui solo è uscito vivo. «Io non lo volevo», ha raccontato ieri al liceo Grassi davanti a circa 400 ragazzi delle scuole di Latina, molti dei quali sono in partenza per Auschwitz. «Lui lo voleva». Ma Sami Modiano ci ha messo 60 anni per parlare di ciò che gli era successo e allora ha capito perché Dio lo aveva salvato.

«Sami tieni duro, tu ce la devi fare», sono state le ultime parole al figlio di Giacobbe Modiano. E così è andata. «Potevo morire ogni giorno, e invece». E’ stato grazie all’amicizia con un ragazzo, Piero Terracina, deportato da Roma e anche lui sopravvissuto. Grazie a due ebrei sconosciuti che lo sorressero durante l’ultima marcia della morte. Grazie alla dottoressa russa che riuscì a salvargli la vita dopo la liberazione del campo. «Pesavo 25 chili ed ero solo al mondo. Lei era felice. Io no». 

Continuava a chiedersi: perché? Un dolore immenso con cui ha convissuto decenni. «Ho la mia depressione, i miei silenzi, e, ragazzi, non c’è una spugna magica per cancellare quello che ho visto. Sono cresciuto con dolore e sofferenza». Poi ha capito. Tredici anni fa. «Dal 2005 grazie a Dio io sono l’uomo più felice del mondo. Dal 2005 ho trovato la risposta di questi punti interrogativi che non mi hanno mai dato pace». Scelto per testimoniare l’orrore. Per raccontare ai ragazzi perché non accada mai più. «La risposta siete voi. Voi siete la speranza, siete quelli che quando io non ci sarò farete in modo che questo non succeda più, perché avete sentito un sopravvissuto. Via auguro tutto il bene, la felicità, non voglio che vediate quello che hanno visto i miei occhi e neanche che i vostri figli vedano». Dolore e morte. «Voi no, voi dovete vivere una vita diversa di armonia, di fratellanza, siamo tutti uguali, tutti fratelli, dobbiamo volerci bene, non siamo diversi, siamo esseri umani».
Dopo aver parlato ore - seduto tra il sindaco Damiano Coletta, l’assessore Gianmarco Proietti e la preside Gianna Bellardini - Sami Modiano è sceso tra i ragazzi: «Voglio abbracciarvi, voglio le vostre domande». E non si è risparmiato.

Ha consigliato ai ragazzi di studiare. «Voi che potete farlo perché grazie a Dio avete il sostegno di una famiglia». E quando uno studente gli ha chiesto se non gli pesasse tornare ogni volta a ricordare l’orrore lui ha ammesso di sì: «Ogni volta ci vogliono almeno due giorni per riprendermi».

Ma non può fermarsi. Parlare, raccontare, testimoniare l’orrore perché non si ripeta. «Nel mio piccolo credo che tornerete a casa con un piccolo bagaglio in più. E io, quando mia moglie mi chiederà come è andata, le risponderò come ogni volta: abbiamo un bel po’ di nuovi nipoti». E tutti noi che eravamo lì, abbiamo scoperto un nonno meraviglioso che non sapevamo di avere.
Vittorio Buongiorno
© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 12:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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