Caporalato, braccianti agricoli trattati come schiavi: arresti e denunce

Sabato 21 Novembre 2020 di Ebe Pierini

L’hanno denominata “δοῦλος” che nel greco antico significava servo, schiavo. L’operazione anti caporalato della Guardia di Finanza di Latina ha portato all’esecuzione di 6 misure cautelari personali per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. I finanzieri di Latina, coordinati dalla locale Procura della Repubblica, a eseguito di indagini svolte sotto la direzione del procuratore aggiunto, Carlo Lasperanza e dei sostituti procuratori, Giuseppe Miliano e Valerio De Luca, hanno eseguito le misure cautelari personali emesse dal Gip presso il tribunale pontino, Mario La Rosa, per le ipotesi di reato previste dagli articoli 110 e 603bis del codice penale. Agli arresti domiciliari, a Merano, è finito il legale rappresentante della società e, a Latina, due donne dipendenti amministrative della stessa che si occupavano della contabilità. Per altre tre persone, un indiano, un sardo ed un tedesco, che svolgevano la funzione di caporali, il divieto di dimora in provincia di Latina in quanto residenti altrove.

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È stata quindi interrotta una collaudata attività criminale dedita al sistematico sfruttamento dei braccianti agricoli di nazionalità prevalentemente indiana e pachistana. L’operazione di polizia economico-finanziaria ha avuto origine a seguito di un controllo in materia di lavoro sommerso eseguito dai finanzieri della tenenza di Sabaudia nei confronti un’importante azienda florovivaistica pontina che impiega attualmente circa 200 dipendenti.  Le Fiamme Gialle hanno appurato che la società, grazie all’opera dell’amministratore e di altri soggetti in posizione direttiva aveva impiegato nel lavoro agricolo, in provincia di Latina, nel corso degli ultimi due anni, complessivamente oltre 290 lavoratori in condizioni di assoluto sfruttamento e prevaricazione. Nel corso delle indagini è emerso inoltre, grazie alla documentazione extracontabile, che gli indagati, approfittando dello stato di bisogno di numerosi lavoratori stranieri, corrispondevano retribuzioni orarie nettamente inferiori a quelle previste dai contratti collettivi di categoria. In particolare la paga oraria era di 4 euro e 50 o 4 euro e 70 centesimi invece dei 10 euro previsti. Inoltre è stato scoperto che la manodopera veniva impiegata per un numero di ore di lavoro settimanale di gran lunga superiore a quello formalmente risultante nella documentazione aziendale ufficiale, formalmente ineccepibile, relativa ai relativi rapporti di lavoro subordinato: contratti di lavoro, buste paghe, registro presenze. In sostanza i lavoratori venivano fatti lavorare 11 ore al giorno ma ne figuravano 4 o 5.  A questo si aggiunga che le condizioni di lavoro e i metodi di sorveglianza pressanti e degradanti attuati dai responsabili dell’area amministrativa e di controllo del personale hanno ingenerato nei braccianti un vero e proprio assoggettamento psicologico al datore di lavoro in quanto versavano in un profondo stato di bisogno dovuto anche alla dalla necessità di mantenere economicamente le famiglie d’origine. In alcuni casi, infatti, i lavoratori sono stati costretti a rinunciare al riposo settimanale e alle ferie. Lo sfruttamento dei braccianti agricoli ha consentito all’azienda agricola, non solo di risparmiare sensibilmente sul costo della manodopera, ma anche di attuare una grave concorrenza sleale a danno degli altri operatori economici onesti del settore. È emerso anche il mancato pagamento alle casse dell’INPS dei maggiori contributi previdenziali e assistenziali ammontanti ad oltre 110.000 di euro.

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