Massimiliano Moro, la fuga in Venezuela e il ritorno per conquistare Latina

La polizia dopo l'omicidio di Massimiliano Moro il 25 gennaio 2010
di Marco Cusumano
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Sabato 10 Luglio 2021, 12:32 - Ultimo aggiornamento: 15 Luglio, 11:33

La figura di Massimiliano Moro, ucciso il 25 gennaio 2010 al culmine della guerra criminale per il controllo di Latina, viene analizzata a fondo dai magistrati per definire la statura criminale della vittima, inserendola dell'ampio quadro della criminalità organizzata.

L'omicidio di Moro è la risposta del clan Ciarelli-Di Silvio al tentativo di uccidere Carmine Ciarelli. Secondo gli investigatori Massimiliano Moro aveva un obiettivo chiaro e preciso: acquisire il pieno controllo delle attività criminali sulla piazza di Latina, esautorando le famiglie rom dei Ciarelli (capeggiata da Carmine detto Porchettone o Titti) e dei Di Silvio (capeggiata da Romolo, Carmine, Costantino detto Patatone e Armando detto Lallà).

Un obiettivo non facile, vista la potenza del clan nomade, la sua capacità di fuoco e la pericolosità di alcuni suoi esponenti. Ma Moro non aveva certo intenzione di frenare, anzi decise di accelerare verso il suo obiettivo sfidando i rivali sul loro terreno. Decise infatti non pagare un ingente debito che aveva proprio con Carmine Ciarelli, un prestito usurario che non avrebbe saldato perché, come scrivono i magistrati «riteneva di acquisire una statura criminale di sempre maggiore spessore, capace di incutere timore ai propri interlocutori e avversari».

LA LATITANZA

Moro tornò a Latina nel 2005 dopo aver trascorso diversi anni come all'estero nel timore di essere condannato per l'omicidio di Raffaele Mucillo. Rientrò a Latina nel 2005 «con l'intento preciso di far valere il proprio peso criminale sul territorio» scrive il pm. Per questo si circondò di persone che gli sembravano fidate, giovani che lui aveva intenzione di formare affermandosi come leader. I giudici citano Renato Pugliese, Andrea Pradissitto, Paolo Peruzzi, Francesco Fanti e Gianfranco Fiori, all'epoca suoi fedeli.

I magistrati, anche alla luce delle dichiarazioni dei pentiti, elencano una serie di episodi criminali legati in qualche modo alla figura di Massimiliano Moro e ala sua ascesa nel panorama della criminalità. Si tratta soprattutto di aggressioni, come quella a colpi d'arma da fuoco contro Mario Zof (4 novembre 1992 in Corso della Repubblica) compiuta da Moro che si trovava insieme a Gianluca Tuma e Cha-Cha Di Silvio.

OMICIDIO MICILLO

C'è poi l'omicidio di Raffaele Micillo (22 luglio 1994) ucciso a colpi di pistola da breve distanza per contrasti nella spartizione dei bottini di ingenti rapine messe a segno dal gruppo che all'epoca veniva chiamato la banda degli uomini d'oro. Per quel delitto fu arrestato Lello Gallo mentre Massimiliano Moro fuggì prima in Romania, poi in Venezuela dove aspettò l'esito del processo che si concluse con la sua assoluzione. In Venezuela Moro cambiò vita con un nuovo nome (Marcello Marino) ma, secondo il pentito Renato Pugliese, continuò a delinquere commettendo anche altri omicidi durante la latitanza, terminata nel 2005 con il rientro a Latina. 

AGGUATO DAVANTI AL LOCALE

I magistrati citano anche la gambizzazione di Agostino Riccardo (10 agosto 2006) avvenuta davanti al locale I Gufi al centro dell'Orologio, dove furono feriti anche altri due ragazzi presenti al momento dell'agguato. A quanto e emerso Moro colpì Riccardo per vendicarsi di un'offesa ricevuta dal suo nipote. E ancora viene citata la gambizzazione di Roberto Rossi (detto Ciccio) proprietario di Dolce Notte Superciccio avvenuta il 22 agosto 2008, per il mancato pagamento di un'estorsione. Ci sono inoltre altri episodi avvenuti ad Aprilia che, secondo gli investigatori, sono riconducibili a Moro e al suo gruppo, tutti legati a casi di estorsione.

L'ATTENTATO A DE BELLIS

Infine spunta il nome di Maurizio De Bellis, obiettivo di un attentato con bomba carta lanciata nella sua abitazione il 19 ottobre 2008, un episodio rimasto senza colpevoli ma che i pentiti attribuiscono a Moro come mandante. Il movente sarebbe un debito non pagato da De Bellis a Moro, legato alla droga o alle estorsioni che «De Bellis commissionava a Moro, dietro pagamento di denaro, avendo quest'ultimo ampia disponibilità di armi ed esplosivi» scrivono i magistrati.

Marco Cusumano 

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