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Dai Lepini a Ponza, l'agricoltura eroica con raccolta a mano e trasporto sui muli

Dai Lepini a Ponza, l'agricoltura eroica con raccolta a mano e trasporto sui muli
di Luigi Biagi
3 Minuti di Lettura
Lunedì 27 Giugno 2022, 12:04

«È un lavoro così difficile che è quasi un'utopia». È l'agricoltura eroica pontina, che dai muretti a secco dei Monti Lepini ai terrazzamenti di Ponza è un unicum di storia e tradizioni secolari. A praticarla sono rimasti in pochi e lo fanno con grandi sforzi tra uliveti montani e vigneti sul mare.

SUI LEPINI
Tra Sermoneta e Bassiano, insieme alla moglie Laura De Lellis, Maximiliano Bisiachi si prende cura di circa cento olivi piantati un secolo fa da suo nonno, Teodoro Fieri. Per arrivare all'oliveto, la coppia di Ninfa deve camminare tra terrazzamenti e sentieri sulla costa della montagna. Durante la raccolta Laura e Maximiliano nemmeno tornano a casa: «Rimaniamo lì per quindici giorni: quando fa buio ci ripariamo in un rifugio lepino e si fa la vita degli anni Quaranta». Ogni anno prendono le olive a mano e, quando è possibile, le portano via con i muli.

«Due anni fa non li avevamo racconta Laura e mio marito si è fatto il sentiero con i sacchi sulle spalle: una decina di viaggi avanti e indietro. Se la strada vi arrivasse sarebbe più facile ma anche così è una soddisfazione. Mia suocera è orgogliosa dell'olio che produciamo prosegue perché è un ricordo di suo padre, e poi intorno agli olivi non ci sono coltivazioni o concimi: c'è solo il sole e l'acqua della pioggia che rendono l'olio l'oro della terra». Le immagini degli ulivi di Teodoro sono rimasti nella storia locale grazie al contest I paesaggi dell'extravergine del concorso provinciale L'olio delle Colline dell'associazione Capol di Latina.

L'ISOLA
Panorami altrettanto eroici si trovano a Ponza. Su un ripido pendio terrazzato di Punta Fieno chiamata così per una paglia bianca che vi cresce spontanea - dal 1734 il vino si fa sul mare. I tre ettari e mezzo di vigneto, impiantati dall'ischitano Pietro Migliaccio quasi tre secoli fa, sono scampati alla fillossera, che distrusse la viticoltura europea nell'Ottocento. Oggi rappresentano un angolo laziale di Campania. Regina è l'uva biancolella, contornata dall'aglianico, dal piedirosso, dalla forastera e dalla guarnaccia. La tenuta è oggi di Emanuele Vittorio, figlio di Anna Civita Migliaccio e di Gino Vittorio, che durante il Fascismo fu mandato a Ponza come confinato politico comunista. Ma è Luciana Sabino, moglie di Emanuele, a dirigere l'azienda e a scarpinare lungo gli irti sentieri ponzesi, immersi nella flora mediterranea, tra ginestre e mirti. Solo per arrivare al vigneto ci vuole un'ora di cammino, perché via mare non c'è approdo sicuro. Non c'è acqua potabile né elettricità.

Le antiche cantine sono scavate nella roccia e il materiale viene portato a mano o da due asini: Sofia e Tito. «È un'utopia, un sogno che cerchiamo di mantenere vivo» dice Luciana, che durante la vendemmia prepara merenda e pranzo per una quarantina di contadini, tra amici e parenti, che raccolgono l'uva. «La vendemmia è una festa corale spiega in cui si torna ai vecchi tempi in un posto incontaminato». L'unicità paga? «Certo. Piuttosto il mio problema è avere poco vino, perché produciamo solo dall'uva dei nostri vigneti: l'ultimo anno siamo arrivati a 9.600 bottiglie» afferma la Sabino che nel 2019 è stata premiata in provincia di Treviso come viticoltrice eroica. E che continua a produrre sulle scogliere un vino che altrove, senza storia, sarebbe solo pura utopia.

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