Vulcani e frane, ecco i mari italiani più a rischio: in un atlante la mappa dei pericoli

Vulcani e frane, ecco i mari italiani più a rischio: in un atlante la mappa dei pericoli
di Valeria Arnaldi
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Martedì 28 Settembre 2021, 06:31 - Ultimo aggiornamento: 29 Settembre, 11:13

Faglie sismogenetiche in Liguria, Campania, Calabria, Sicilia e, in misura minore, in Puglia. Canyon sulle coste della Sardegna. Frane, in particolare, in Calabria: una ogni otto chilometri quadrati. Poi, correnti che fanno migrare dune di sabbia e fiumi di fango che si formano con i detriti a seguito di terremoti. Senza trascurare fenomeni erosivi. E così via, in una puntuale mappatura dei georischi marini del territorio italiano. Principale risultato del Progetto Magic-Marine Geohazards along the Italian Coasts, l'Atlante dei lineamenti di pericolosità dei mari italiani, presentato ieri alla Camera dei Deputati, traccia un profilo del Paese decisamente articolato dal punto di vista della geologia marina. «Questo documento deve diventare un programma di attività non solo del governo ma anche delle Regioni, dei Comuni, di tutti gli enti della società italiana perché l'economia blu è un'economia da cui dipende il nostro futuro economico ma anche la nostra stessa vita», ha detto il ministro delle Infrastrutture e Mobilità sostenibili Enrico Giovannini, nel suo intervento alla Camera.

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LA RICERCA
«L'Italia ha un terzo del suo territorio emerso, due terzi che sono sommersi: siccome abbiamo una geologia molto attiva, ci sono centri vulcanici, faglie, frane, grandi canyon sottomarini che trasportano grosse quantità di sedimento che interagiscono con le strutture che sono sul fondo mare - spiega Francesco L. Chiocci, responsabile scientifico del Progetto Magic - Visto che per l'economia blu sempre più si svilupperanno infrastrutture che interesseranno il mare, è importantissimo per uno sviluppo sostenibile e sicuro conoscere questi georischi che sono nascosti sui fondali marini e che fino a oggi erano molto poco conosciuti».


LA MAPPATURA
La mappatura si rivela utile in più ambiti: per la Protezione civile, per le energie blu, anche per le comunicazioni. Le frequenti frane nei fondali, la presenza di canyon e di stretti con forti correnti che provocano la migrazione delle dune, rischiano di danneggiare o distruggere i cavi sottomarini, che vedono il passaggio del 99% di comunicazioni telefoniche e traffico internet. Non solo. In futuro, i fondali accoglieranno altre condotte e infrastrutture, a partire da quelle per le energie rinnovabili.
Finanziato dal Dipartimento di Protezione Civile con 5,25 milioni di euro, il progetto ha comportato l'acquisizione e l'interpretazione di una grande mole di dati nei mari Ligure, Tirreno centro meridionale, Jonio, Adriatico meridionale, con la produzione di settantadue carte in scala 1:50.000, poi ridotte per la versione cartacea. Un lavoro imponente che ha visto tutta la comunità scientifica nazionale impegnata nella geologia marina collaborare a rilevamento, interpretazione e rappresentazione cartografica, secondo standard comuni, della pericolosità dei mari italiani.

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LE FRANE
Alla mappatura si è accompagnata la ricostruzione di eventi di frana e maremoto come quelli di Gioia Tauro nel 1977, di Nizza nel 79, Stromboli nel 2002, fino a risalire alle faglie attive responsabili di grandi maremoti del passato, andando indietro nel tempo, da quello di Messina nel 1908 a quello che ha interessato la Calabria meridionale nel 1783, fino alla Sicilia orientale nel 1693 e alla Puglia nel 1627. La storia, infatti, è fondamentale per valutare il rischio. Fino al dopoguerra, le coste erano scarsamente abitate eppure, in caso di maremoti, si sono registrate migliaia e migliaia di vittime.
Oggi, che il litorale è ampiamente utilizzato, gli effetti di eventuali maremoti potrebbero essere devastanti. Danni irreparabili. Dal punto di vista geologico, l'Italia meridionale è la più attiva. Stampato in oltre mille copie, l'Atlante sarà distribuito a Enti Locali, Capitanerie di Porto, Aree Marine Protette. «Avremmo bisogno di una struttura che gestisca la flotta oceanografica - commenta Chiocci - è una infrastruttura strategica che il Paese deve avere per permettere la ricerca sul mare di geologia, biologia, oceanografia». E ancora, «il mare è la prospettiva futura da tanti punti di vista, anche applicativi».

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