Mose, lavori fermi da 5 anni. Lo studio: «Funzionerebbe»

Venerdì 15 Novembre 2019
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C'è un nodo da sciogliere, tra i tanti, per capire cosa imbiglia la conclusione del Mose. Ed è il rapporto tra i commissari del Consorzio Venezia Nuova e il Provveditorato alle opere pubbliche, vale a dire il braccio operativo e l'ente politico di controllo dell'opera che dovrebbe salvare Venezia dall'acqua alta. Rapporto basato su un equivoco di fondo: chi rappresenta, a Venezia, l'autorità statale a cui è in carico l'opera? Il Provveditorato infatti è diretta emanazione del ministero delle Infrastrutture, i commissari sono stati nominati dal prefetto di Roma (nel 2015 era Giuseppe Pecoraro) su indicazione dell'Autorità anticorruzione (Raffaele Cantone) e con evidente avvallo del Governo. L'equivoco d fondo sta tutto qui. Perché in questi 5 anni di commissariamento tanto il Provveditore quanto i commissari si sono sentiti in diritto di dire «lo Stato sono io». Da qui è nato un conflitto di competenze e di decisioni che ha fatto avanzare l'opera solo del 5 per cento in 5 anni: nel 2015 eravamo infatti all'87 per cento, oggi siamo al 92-93. per i commissari 94. Anche su questo non v'è certezza.

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LA REGRESSIONE
In 5 anni il Mose è rimasto praticamente fermo. Questo, paradossalmente, comporta però una regressione dello stato dei lavori, perché con il tempo lopera si usura e ha bisogno d manutenzioni, quindi altri soldi. Un pozzo senza fondo. Il denaro, ha sempre detto Linetti, c'è e bisogna avere un piano preciso di spesa, un cronoprogramma. Viceversa i commissari ne hanno chiesto di continuo per alimentare la macchina.
C'è poi un altro equivoco d fondo, legato alla natura del commissariamento. Si è commissariato il Consorzio e non la realizzazione dell'opera, perdendo di vista il vero obiettivo facendo in modo che i fondi destinati dallo Stato andassero a fare funzionare la macchina del Cvn, che doveva occuparsi anche di altri rami di azienda. Un esempio? Nel 2018, su 74 milioni di lavori per il Mose, 54 sono andati alla voce lavori e altri interventi, 11 per oneri tecnici (progettazione, piani di sicurezza, direzione lavori e rimborsi), 7 per attività del Consorzio e 5 per attività del servizio informativo. Per non parlare dei milioni spesi in consulenze, come quelle, ad esempio, di Mario Grillo, l'esperto in ristrutturazioni industriali, pagato 700 euro al giorno fino a un massimo di 80mila o il giuslavorista Enzo De Fusco, pagato 25mila euro che si sono sommati ai 100mila annui già stabiliti da un precedente contratto.
Ora il nuovo-supercommissario Elisabetta Spitz arriva con i poter del Decreto sbloccacantieri.
Resta da vedere come si porrà con i due commissari, anche se in teoria nulla vieta un nuovo decreto del prefetto di Roma che dichiari terminata la loro missione. Nel frattempo però si tratterà di un terzo soggetto legittimato a dire «lo Stato sono io».
 

Avendo la forza di sbloccacantieri, in teoria, potrà imporre la volontà del governo. Che poi è quella espressa dal premier Giuseppe Conte mercoledì a Venezia: il Mose sarà finito entro la primavera del 2021. E già questo mette il cappello su quanto sostiene uno dei commisssari del Consorzio, Luigi Ossola, secondo il quale non è possibile finire prima della data indicata nel bilancio: 31 dicembre 2021. C'è qualcuno, però, che è pronto a scommettere che questa data, con Elisabetta Spitz, resterà solo come voce nel bilancio del Consorzio.
Ma se il Mose fosse già in funzione, oggi la città sarebbe davvero all'asciutto? Sì, assicura l'ingegnere idraulico Giovanni Cecconi, già a capo dei sistemi informativi del Consorzio Venezia Nuova e animatore di un laboratorio sulla resilienza. Assieme al professor Luigi D'Alpaos fra i massimi esperti di ingegneria idraulica e ambientale, e al Riccardo Mel, Cecconi ha attivato il modello matematico che mostra come si comporterebbe il Mose. Risultato: a Venezia la marea sarebbe arrivata al massimo a 100 centimetri e a Chioggia a 100 o a 110. Un livello che la città può sostenere senza problemi.
Gli ambientalisti dicono che il sistema delle barriere mobili sarà non solo inutile ma pure dannoso. «La disinformazione fa brutti effetti, è come se io ingegnere esperto di idraulica mi inventassi cardiochirurgo» afferma Cecconi. «Gli ambientalisti dicono, ad esempio, che col vento forte il Mose sfarfalla e non funziona. Niente di più falso: se c'è vento forte le paratoie possono essere mantenute tranquillamente sotto il pelo dell'acqua, quindi Venezia è protetta ugualmente e le paratoie non vengono danneggiate perché la spinta è neutra».
LO SCENARIO F UTURO
Secondo l'ingegnere non c'è tempo da perdere , il Mose deve entrare in funzione il prima possibile, anche perché fra dieci anni sarà tutto inutile: «Crescerà il livello del mare e sarà tutto un altro scenario. Nei dieci anni a venire dovremo ragionare sulla flessibilità operativa della gestione del sistema, e studiare gli effetti del vento in modo da schermare le sue oscillazioni visto che il clima si sta estremizzando e i venti sono sempre più intensi e di breve durata. La laguna già oggi non è più quella di una volta con l'acqua calma che cresce per ore e ore, oggi ci sono masse d'acqua che viaggiano come martelli ».
Davide Scalzotto
Elisio Trevisan
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