Albanese espulsa per terrorismo, reclutava donne per l'Isis: «Charlie Hebdo? Hanno fatto bene»

Mercoledì 17 Ottobre 2018
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Albanese espulsa per terrorismo, reclutava donne per l'Isis: «Charlie Hebdo? Hanno fatto bene»

«A Parigi fatto bene, Allah li protegga». Così aveva commentato l'attentato a "Charlie Hebdo" nella capitale francese. Arta "Anila" Kakabuni era un pericolo per la sicurezza dello Stato e ieri, appena uscita dal carcere, è stata messa su un aereo per l'Albania ed espulsa con un decreto firmato dal ministro dell'Interno Matteo Salvini. Non solo. Il suo compito era quello di reclutare le donne: prima le invitava ad abbracciare l'ideologia dell'Isis, poi le portava su posizioni sempre più radicali, infine le convinceva a partite per la Siria o l'Iraq e ad unirsi al jihad che i loro uomini già stavano combattendo contro gli infedeli.

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Che l' albanese di 44 anni non fosse una figura marginale nel panorama dell'estremismo islamico in Italia, gli investigatori lo sapevano da tempo. Per almeno due motivi: i contatti che aveva, in Italia e nei territori occupati dallo Stato islamico e, appunto, il lavoro svolto per radicalizzare e instradare verso la Siria diversi soggetti.

La donna era in Italia dal 2003 e viveva a Grosseto con il fratello. Ma il suo nome e soprattutto il suo ruolo vennero fuori, almeno ufficialmente, il 1 luglio del 2015 quando le Digos di Milano e Grosseto chiusero l'indagine che portò all'esecuzione di 10 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti estremisti, tutta gente che aveva aderito allo Stato islamico.

Secondo le indagini il suo compito era quello di reclutare adepti per l'Isis. E Anila lo ha fatto bene: prima con Maria Giulia Sergio, la prima foreign fighter italiana che ha preso il nome di battaglia di Fatima e che dal settembre del 2014 è in Siria dove assieme al marito Aldo Kobuzi si è unita all'Isis. Sarebbe stata proprio Anila Kacabuni, assieme a Baki Coku - anche lui condannato e già espulso - ad organizzare il «matrimonio 'combinatò» tra Fatima e Kobuzi e anche la loro partenza «verso il territorio dello stato islamico», come si legge negli atti dell'inchiesta coordinata dall'allora aggiunto milanese Maurizio Romanelli, ora alla Dna.

Ma l'opera di reclutamento e radicalizzazione di Anila è proseguita anche con altre donne appartenenti alla sua cerchia familiare fino a spronarle a raggiungere mariti e familiari in Siria. Nel pieno dell'indagine gli investigatori l'hanno anche sentita gioire al telefono con Marianna Sergio, la sorella di Fatima, per la strage del 7 gennaio 2015 nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo a Parigi: «hanno fatto bene come no...che Allah li ricompensi». Nelle telefonate, dicono gli atti dell'indagine, la donna manifestava la sua «piena felicità e soddisfazione per gli attentati compiuti e criticava i «musulmani moderati» per la loro ipocrisia.
 

In carcere ci era finita ad agosto del 2017 quando le furono revocati i domiciliari perché incontrò nella sua casa a Grosseto una serie di personaggi sospetti. Lo scorso aprile la Cassazione ha confermato la condanna per terrorismo internazionale a 3 anni e 8 mesi per Anila, che è anche la zia del marito di Fatima, nel processo con rito abbreviato a carico di Marianna Sergio, condannata a 5 anni e 4 mesi, e altre due persone. Su di lei i pm milanesi avevano le idee chiare: »ha un'impostazione ideologica assolutamente radicale, di completa adesione ai 'principì dello Stato islamico«. Una posizione che, appena uscita dal carcere, le è costata l'espulsione.

Ultimo aggiornamento: 18 Ottobre, 10:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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