Terremoto ad Amatrice: «Un boato, poi è stata l’Apocalisse, fuga tra i muri che crollavano»

Terremoto ad Amatrice: «Un boato, poi è stata l Apocalisse, fuga tra i muri che crollavano»
di Alessandro Di Lellis
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Lunedì 24 Agosto 2020, 01:03 - Ultimo aggiornamento: 12:40

Così Alessandro Di Lellis, caporedattore del Messaggero, raccontò la notte del terremoto del 2016 vissuta in prima persona con la propria famiglia con la quale si trovava in quei giorni a Patarico, una delle 69 frazioni di Amatrice.


AMATRICE Il terremoto è un demonio violento ed elettrico che mentre sei al picco dell’incoscienza ti ricorda col massimo del sadismo chi è che comanda veramente, su questa terra. Sì, elettrico: perché le cose cominciano a crepitare e a sibilare e vibrare, dalla soffitta al pavimento della stanza giù alla cantina, insieme a un rombo che sale da sotto, da ancora più giù, da dove nascono tutti i maledetti sabba. «Cuscino sulla testa! Cuscino sulla testa!». Così urlo a mia moglie. Dal primo frammento di secondo abbiamo piena coscienza di tutto.

Chi ha passato un po’ di tempo da queste parti sa. Mi butto su mia moglie e continuo a urlare «cuscino sulla testa»! Non è così che si dovrebbe fare, meglio sotto al letto, ma questo lo realizzi ore dopo, in quel momento il cuscino sembra veramente una difesa contro i calcinacci. La luce, accendi la luce, dov’è, il lume è per terra, non si accende, certo che non si accende, la corrente è la prima cosa che salta.




L’AMICO MIGLIORE
Prendi il cellulare. Sì, il cellulare è veramente il miglior amico dell’uomo e tutto il resto sono boiate. Bisogna uscire, subito. Ecco, un po’ di luce, il pin, devo mettere il pin, così la luce dura di più, voglio vedere l’ora. «Ma che ti frega dell’ora!». Sono esattamente le 3,40, c’è stata una lunghissima scossa e il portoncino di casa è bloccato. Bloccato, dài, tira, niente, non si apre. Serve qualcosa, una sbarra, forse il manico di una padella. No: vado in cucina, intravedo fantasmi di oggetti rovesciati e prendo dal camino l’attizzatoio e la paletta di ferro per la cenere. La paletta è un oggetto meraviglioso, in ogni casa dovrebbe essercene una, anche questo ti viene in mente dopo, intanto con la paletta sono riuscito ad aprire la porta.

«Dài! Esci, subito, che fai?!», urla mia moglie dalle scale.
Aspetta. Solo un momento. Ho bisogno di mettermi le scarpe, non posso uscire scalzo. Ne trovo un paio. «Esci! Esci!». Lo so che non si deve fare, ma torno indietro a cercare il marsupio con portafoglio e patente e poi le chiavi della macchina e le chiavi di Roma. Non dovrei farlo, ma faccio dietrofront ancora e cerco gli occhiali, perché un uomo con gli occhiali non vive senza. E’ contro le regole, ma poi torno indietro un’altra volta ancora e acciuffo a caso una giacca a vento, forse dei giubbetti e, chissà come, uno zainetto.

Fuori. Urliamo per cercare i nostri parenti. Blocchi si sono staccati dalla loro casa grande e antica. Ecco, ci sono anche loro. Il cavo della corrente si è staccato ed è finito sulla nostra macchina, coperta di calcinacci. Mia moglie si mette alla guida e io fuori per farla passare butto a destra e a sinistra i pietroni caduti dai muri. Attenta, aspetta. «Che ti frega, andiamo!» Anche la macchina è stata un’imprudenza grave.





CHI MANCA?

Ma così abbiamo un riparo. Eccoci in piazzetta, c’è tutta Patarico, una delle frazioni più piccole di Amatrice, spesso non citata dalle carte. Chi manca? «Il prete». Don Luigi, che a volte segue idee sue. Torniamo indietro, ecco la casa canonica: il muro di destra è come esploso. Dentro si vede una luce, il prete chissà come ha acceso un lume. «Don Luigi, esca, presto, la faccia finita!». «Sì, ecco, ecco». Più lontano, la parete di destra della chiesa si è come liquefatta, la campana si è staccata e il campanile si regge ormai su una pietra sola. La chiesa è del ‘600, il 25 aprile c’era stata la festa per la fine del restauro, durato anni.

Ora siamo in piazzetta, lontano dalle case, le macchine alla rinfusa come nei film i carri dopo un attacco indiano, davanti all’aiuola col monumento a Cherubini Romeo, alpino appenninico caduto sul fronte greco.
Scosse, forti. Poi ce n’è una più cattiva. Si sente di nuovo quel ruggito e viene giù la vecchia stalla, restaurata e piena di attrezzi antichi, quasi un museo informale. Si alza una colonna di polvere, si vede perché è più forte del buio. Con la macchina eravamo passati proprio di lì. Dal grande tremore è trascorsa meno di un’ora. Il Sadico Supremo si è accanito con le case vecchie, muri spanciati, conci di traverso, e si è divertito con i camini, ha ritorto e fatto cadere i comignoli di mattoni. A Patarico in molti non potranno tornare a casa.

La luce delle sei. L’anfiteatro di Pizzo, Cima Lepri e Gorzano, piccole, bellissime Alpi de’ noantri, un mondo dove la notte incroci tassi, donnole, ricci e ghiri, un bestiario che pensavi esistesse soltanto nei libri. Ogni paradiso ha un prezzo, ma questo è veramente troppo alto. Amatrice dominava come una regina, circonfusa di frazioni, dicono una sessantina ma sono cento. Amatrice: piccola, ricca, grassa, splendida, è stata accoltellata alla schiena. Noi, fortunati: nessun morto, nessun ferito. Lì, l’apocalisse, sentiamo alla radio. Fabio, volontario della Protezione civile, si infila il giubbetto catarifrangente, carica sul suo gippone il cane addestrato e senza dire una parola va alla guerra delle macerie.

Negli ultimi tre giorni i cani la notte hanno abbaiato come ossessi. «Ma che c’entra, è pieno di cinghiali». I cinghiali, certo. Ora i due cani di paese, due mezzi maremmani, si aggirano tra le macerie e le guardano in silenzio con occhi umani, quasi.

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