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Una Tav a rilento e il binario unico. Ecco perchè la Puglia resta isolata

Una Tav a rilento e il binario unico. Ecco perchè la Puglia resta isolata
di Andrea Bassi
5 Minuti di Lettura
Sabato 25 Luglio 2020, 00:08

Raccontano che quando Giuseppe Conte si è recato in visita da Angela Merkel in Germania, durante il suo tour europeo per convincere i leader dei principali Paesi ad approvare lo stanziamento da 750 miliardi per la ripresa, abbia portato con sé il testo del Decreto Semplificazioni appena approvato. Il presidente italiano voleva dimostrare che, questa volta, l’Italia ha deciso di fare sul serio e azzerare i lacci e lacciuoli burocratici che bloccano le grandi e piccole opere infrastrutturali da decenni. Chissà se nel suo viaggio verso il castello di Meseberg, dove la cancelliera tedesca lo attendeva, Conte avrà pensato al fratino euroasiatico. Si tratta di un piccolo uccello il cui nome scientifico è Charadrius alexandrinus e che in Italia vive sulla costa adriatica, anche se di recente qualche esemplare è stato avvistato in Sicilia. Ma cosa c’entra il fratino, un volatile di dimensioni ridotte e dall’aspetto esile, con i miliardi che l’Europa sta per riversare sull’Italia?

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IL TRAGITTO
Suo malgrado c’entra, eccome. Il piccolo fratino è infatti riuscito a bloccare, ancora una volta, l’esecuzione di un’opera ferroviaria considerata fondamentale per lo sviluppo del Sud, da sempre penalizzato nella dotazione infrastrutturale: la realizzazione del secondo binario del tratto Termoli-Lesina, al confine tra Molise e Puglia. Un’opera inserita tra quelle strategiche nel 2001 dal governo Berlusconi, diciannove anni fa. Una delle opere che dovrebbe servire a dare al Mezzogiorno quella rete ad alta velocità sempre negata.

Tra il 2000 e il 2010, secondo uno studio dell’Ifel, la spesa media delle imprese pubbliche nazionali nel Centro Nord è stata di 324 euro pro capite, contro i 223 euro del Sud. Solo negli ultimi anni qualcosa ha iniziato a muoversi e le imprese pubbliche hanno iniziato a portare i loro investimenti verso quel 34% che rappresenta il peso della popolazione meridionale. Ma il “decennio perduto” ha comportato un’accumulazione di capitale che ha rappresentato, dice l’Ifel, la benzina per alimentare investimenti, e perciò sviluppo, nell’area già più industrializzata d’Italia. I ricchi sono diventati sempre più ricchi a scapito dei poveri. Insomma, per recuperare il gap, servirebbe ben più del 34% promesso. Anche perché quel gap di investimenti ha isolato geograficamente il Mezzogiorno, dove i treni, anche se classificati ad alta velocità, spesso non superano i 200 chilometri all’ora, quando al Nord i 300 chilometri sono la regola. E gli investimenti per il Sud, anche quando vengono decisi, s’impantanano nelle sabbie mobili della burocrazia.
 
IL COLLO DI BOTTIGLIA
Proprio come i 33 chilometri di binario unico tra Termoli e Lesina, che sono quello che in gergo tecnico viene definito un «collo di bottiglia». Sul quel tratto riescono a passare solo 80 treni al giorno. E se da Milano a Termoli si viaggia ad alta velocità, arrivati in Molise i macchinisti sono costretti a tirare il freno a mano e a marciare a meno di 140 chilometri orari. Un problema per tutti, da chi deve viaggiare per lavoro (i pendolari) a chi produce e deve spedire le proprie merci. «Si tratta di un’opera indispensabile non solo per la Puglia, ma per l’intero Sud», dice Giovanni Giannini, assessore ai trasporti della giunta pugliese. «È una linea non solo ad alta velocità, ma anche ad alta capacità, che consentirebbe lo spostamento veloce delle merci verso il Nord e l’Europa. L’opera è considerata da tutti indispensabile». Da tutti, un po’ meno dal ministero dell’Ambiente che, per difendere la tranquillità del fratino e della ghiandaia (altro uccello locale), ha deciso di bloccare la procedura d’appalto.

LA FOLLIA
E qui arriviamo alla follia burocratica italiana. Che sembra riuscire ad estrarre dei mostri, più che dei conigli, dal cilindro, soprattutto quando un’opera deve essere realizzata da Roma in giù. Esattamente un anno fa, ad agosto del 2019, come prevede la legge obiettivo, Rfi-Rete Ferroviaria Italiana ha presentato l’istanza per la valutazione d’impatto ambientale, la famigerata Via. Un parere che, secondo la stessa legge “accelera opere”, dovrebbe essere rilasciato in 60 giorni. Ma quando di mezzo c’è la burocrazia il tempo diventa una variabile indipendente. Così il parere del ministero dell’Ambiente è arrivato solo a maggio di quest’anno, otto mesi dopo la richiesta, con sei mesi di ritardo, bloccando l’iter della Conferenza dei servizi necessaria a mandare avanti la costruzione della ferrovia. E dopo otto mesi di lavoro, cosa ha concluso il ministero? Che, certo, il progetto va bene, ma che tuttavia Italferr, la società che deve realizzare l’opera, non ha considerato gli impatti faunistici. Non si era accorta, insomma, che da quelle parti vivono il fratino e la ghiandaia. Con un piccolo giallo che in Molise ha generato un acceso dibattito.

«Il fratino è una specie dunale e nidifica sulla spiaggia, non arriva mai oltre la pineta. E la ghiandaia marina è una specie migratoria che nei soggiorni in Molise si trova verso Colletorto, a 40 chilometri di distanza», ha spiegato Nicola Norante, presidente del Gruppo Ornitologico Molisano, il massimo esperto della regione sul tema. Dunque, qualcuno inizia a porsi la domanda: ma il ministero dell’Ambiente chi ha interpellato per giungere a quella conclusione? Sergio Costa ha difeso l’operato dei suoi tecnici in una telefonata con l’associazione «L’Isola che non c’è», della quale fanno parte 180 personalità del mondo accademico, giornalisti, sindaci e anche il cantante Al Bano. «Avremmo rischiato un’infrazione Ue», ha detto il ministro. Dal canto suo Rfi ha fatto effettuare a strettissimo giro l’analisi faunistica e l’ha girata al ministero nella speranza di uno sblocco rapido dell’opera. Sempre che non ci si accorga, tra otto mesi, che i lavori possano disturbare troppo il sonno a conigli, volpi o cinghiali. 
 

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