Sofia Zago, morta di malaria a 4 anni: si era contagiata in ospedale ma per il Gip «non c'è colpevole»

I fatti nel 2017. Il Gip archivia il caso: "Impossibile accertare le cause". La madre: "E' stato un calvario, sono senza parole"

Sofia Zago, morta di malaria a 4 anni: si era contagiata in ospedale ma per il Gip «non c'è colpevole»
di Cristiana Mangani
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Sabato 6 Novembre 2021, 07:13 - Ultimo aggiornamento: 07:20

«Impossibile risalire all'errore», con questa formula che ha chiuso drasticamente quattro anni di indagini, di perizie, di rilievi, è rimasta senza una risposta la morte della piccola Sofia Zago, avvenuta dopo aver contratto la malaria in ospedale. Ieri la gip Adriana De Tomaso ha archiviato il fascicolo, confermando la richiesta della procura di Trento.
La vicenda giudiziaria della bimba di 4 quattro anni, inizia nel settembre del 2017, quando Sofia muore per la malaria contratta nel reparto di Pediatria dell'ospedale Santa Chiara di Trento. Viene aperta l'inchiesta, ma già nel 2018 il pubblico ministero conclude gli accertamenti chiedendo l'archiviazione. Il giudice, però, la respinge. A distanza di tre anni, comunque, non sono sufficienti gli elementi raccolti per procedere nei confronti delle tre infermiere e del medico che erano in reparto in quei giorni e che sono stati indagati per omicidio colposo.

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La decisione della gip si rifà al documento del pm Marco Gallina che, alla luce delle perizie, aveva già sollevato il problema della individuazione delle responsabilità. «È assente ha scritto la Procura una prova diretta circa la sussistenza di una condotta colposa». Secondo i periti, «l'errore più ragionevole» sarebbe consistito nel «mancato smaltimento di parte del materiale monouso» che era stato usato per curare una bimba del Burkina Faso, ricoverata nello stesso reparto di Sofia, che aveva contratto la malaria durante un viaggio nel suo Paese di origine. Ma anche se l'ipotesi più accreditata rimane questa, non si è arrivati alla certezza che la fonte del contagio fosse proprio questa. Così come è escluso che possa essere avvenuto attraverso la puntura di una zanzara.
Nel 2018 quando la Procura chiede la prima archiviazione, l'allora giudice competente del caso, Marco La Ganga, la respinge ordinando l'iscrizione con l'accusa di omicidio colposo e responsabilità colposa per la morte in ambito sanitario, di altre due colleghe della prima infermiera finita sotto indagine dopo il decesso di Sofia. Sanitarie che il 17 agosto 2018, tra le otto e le nove del mattino orario in cui secondo le indagini dei carabinieri del Nas di Trento sarebbe avvenuto il contagio erano in turno con lei in reparto. Secondo la difesa il contagio poteva essere avvenuto a causa di un contatto accidentale nella sala gioco. Le due bambine come confermano alcune testimonianze raccolte godevano di una certa libertà di movimento e avrebbe condiviso gli stessi servizi igienici .


IL SANGUE
Non solo: il 18 agosto 2017 la bimba del Burkina Faso aveva avuto un episodio di epistassi ed era andata da sola a lavarsi in bagno, ma ad avviso dei periti questo episodio sarebbe stato riferito solo dal papà e «non risulterebbe documentato chiarisce il pm nella richiesta di archiviazione che Sofia sia entrata in contatto con il sangue della piccola affetta da malaria.
«Un errore c'è stato», si strugge Francesca Ferro, mamma della bimba morta, che da quattro anni insieme al marito Marco Zago chiede verità e giustizia. Non c'è rabbia, non c'è mai stata, da parte della famiglia, ma solo dolore. «Avevamo capito che c'era l'idea di archiviare, non ci sono parole - dichiara Francesca - io ho solo cercato di elaborare questo dolore senza alimentare il rancore».
Sono stati anni di grandi prove e coraggio: «C'è tanta amarezza, è stato un calvario - si sfoga la donna -, ma bisogna andare avanti. Vivo nel ricordo di Sofia, perché talvolta mi sembra che si voglia dimenticarla perché rappresenta quell'errore, ammesso pubblicamente. Io vivo ogni giorno senza di lei e voglio ricordarla con l'associazione». Una onlus che questa mamma ha fondato in memoria della figlia. Si chiama Gli amici di Sofia e ha sede a Gardolo. «Vorrei che questo spazio venisse usato dai bambini e diventasse un loro luogo di gioco», è ora l'obiettivo di Francesca.

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