Sana uccisa in Pakistan, per i giudici «non c'è prova del delitto d'onore»

Lunedì 18 Febbraio 2019

BRESCIA «Il caso in questione è basato su prove circostanziali e nessun testimone oculare si è fatto avanti per sostenere il fatto che gli imputati hanno commesso il fatto». Lo scrivono i giudici pakistani che hanno assolto tutti gli indagati per il delitto di Sana Cheema, la ragazza italo pakistana uccisa in patria ad aprile scorso dopo aver rifiutato il matrimonio combinato. Tra gli accusati c’erano anche il padre e il fratello della ragazza che ha vissuto a lungo a Brescia, dove era cresciuta.

AMORE OSTEGGIATO
«Gli imputati sono estesi al beneficio del dubbio e in questo caso prosciolti dall’accusa», si legge nelle quaranta pagine di motivazioni del Tribunale di Gujarat. «Nessun dato di posta elettronica è stato prodotto davanti al tribunale», scrivono i giudici. «Non c’è un briciolo di prova disponibile per dimostrare che Sana era un personaggio immorale e che le persone accusate avevano il movente sinistro di commettere l’omicidio nel nome e nel pretesto dell’onore. Quindi il motivo per commettere l’evento non è dimostrato», è scritto tra l’altro. Sulla confessione del padre, poi ritrattata, i giudici dicono: «Nessuna confessione fatta all’ufficiale di polizia vale come prova nei confronti di una persona accusata di reato».

Insomma, in merito all’uccisione della venticinquenne non ci sono prove e nemmeno testimoni. Per questo il tribunale distrettuale di Gujrat, nel nord-est del Pakistan, ha assolto il padre, il fratello, uno zio e la madre di Sana Cheema, cresciuta a Brescia dove ha vissuto fino a dicembre 2017 e morta in patria nell’aprile scorso. «Ha l’osso del collo rotto», stabilì l’autopsia, ma per i giudici che fecero riesumare il corpo sepolto in tutta fretta dalla famiglia della giovane nessuno degli undici indagati - quattro parenti stretti e altre sette persone - può essere condannato per omicidio. La ragazza a Brescia aveva una relazione con un coetaneo, anche lui italiano di seconda generazione che avrebbe voluto anche sposare. Un rapporto che la famiglia non accettava, tanto che in Pakistan il padre aveva organizzato un matrimonio combinato per la figlia che però aveva rifiutato le nozze.

IL FARO DELLA PROCURA
Sana morì poche ore prima di salire sull’aereo, già prenotato, che l’avrebbe riportata in Italia e a Brescia dove aveva gestito un ufficio per pratiche automobilistiche. Raza Asif, segretario nazionale della comunità pachistana in Italia è in contatto con le autorità di Gujrat. «Il poliziotto che ha condotto le indagini è stato trasferito e ora vogliamo capire come si sia arrivati all’assoluzione se il padre di Sana aveva addirittura confessato. Dove è finita quella confessione?», si chiede.

Sul caso la procura di Brescia ha aperto un fascicolo contro ignoti e senza ipotesi di reato. «In assenza di un trattato bilaterale con il Pakistan è un po’ difficile intervenire, ci proveremo», spiega il procuratore capo Carlo Nocerino. «Delle nuove indagini si potranno fare, ma il problema è capire che tipologia di indagine», spiega il magistrato. «Dagli atti arrivati dal Pakistan c’è una relazione della polizia pakistana francamente carente e il risultato dell’autopsia che conferma la morte violenta. Dovremo cercare di attivare dei canali diplomatici partendo da un dato certo: non c’è un accordo di collaborazione investigativa con il Pakistan e questo complica tutto».

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