Rugby, orecchio staccato con un morso: condannato giocatore dell'Oderzo. La vittima: «Mai ricevuto scuse». L'omertà del club trevigiano

Riccardo Amadeus Fabris, 27 anni, all'epoca studente di Giurisprudenza, condannato per lesioni gravissime

Rugby, orecchio staccato con un morso: condannato giocatore dell'Oderzo. La vittima: «Mai ricevuto scuse». L'omertà del club di Treviso
di Paolo Ricci Bitti
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Giovedì 25 Novembre 2021, 15:06 - Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre, 15:19

Una delle pagine più tristi e avvilenti del rugby italiano si è chiusa nella maniera più logica e prevedibile: il pilone Riccardo Amadeus Fabris, 27 anni, dei Grifoni Oderzo (Treviso) è stato condannato per lesioni gravissime: era accusato di aver staccato con un morso un pezzo dell'orecchio destro a Marco Chesani, 34 anni, del Pedemontana Livenza di Polcenigo (Pordenone).

La sentenza, al termine di un procedimento con il rito abbreviato che ha garantito a Fabris lo sconto di un terzo della pena, è del Tribunale di Pordenone: il gup Giorgio Cozzarini ha condannato a 4 mesi di reclusione (pena sospesa) il trevigiano, all'epoca studente di Giurisprudenza, mentre il pm Maria Grazia Zaina aveva chiesto un anno.

Una storia triste per la lesione permanente riportata dal giovane tecnico di laboratorio, una storia avvilente per l'omertà che il club trevigiano ha mantenuto su una vicenda che poteva essere chiusa da una stretta di mano, dalle scuse che fra rugbysti non si rifiutano mai. Si è arrivati persino a sostenere, in tribunale e dopo che la giustizia sportiva aveva già condannato il pilone trevigiano, che quell'orecchio era stato "tranciato da un'abrasione". E Fabris, sostenuto dal club presieduto dall'ex azzurro Andrea Barattin, non ha mai ammesso ciò che tutto indica che sia avvenuto e ciò che ha ritenuto anche il tribunale friulano.

Atteggiamenti ancora più gravi dell'episodio stesso perché contrastano con quanto viene insegnato e tramandato da sempre su ogni campo da rugby. Di gesti violenti antisportivi, sleali, persino meschini ce ne sono sempre stati anche nel rugby, ci mancherebbe. Non si dovrebbe, ma può capitare di perdere la testa, di lasciarsi andare, ma poi a freddo il giocatore e la società devono riconoscere le loro responsabilità. Ecco quello che è mancato questa volta, ecco perché è forte il danno provocato al movimento rugbystico italiano che si è trovato in tribunale a fare da sfondo alla storia di un orecchio strappato con un morso. 

La vicenda

La vicenda risale al 16 dicembre del 2018, alla partita Pedemontana Livenza contro Grifoni Oderzo, serie C2, l'ultima serie federale, sotto alla quale non c'è nemmeno il torneo fra i bar. Si gioca solo per il piacere di farlo, pagandosi spese e abbigliamento. Dilettantismo puro. Terrificante che sia questo il contesto di un gesto di tale violenza e della sua successiva negazione poi sbugiardata dal Tribunale. 

L'arbitro aveva ordinato una mischia al termine della quale Chesani si è trovato sanguinante e senza una parte dell'orecchio che poi all'ospedale tentarono inutilmente di riattaccargli. Profonda la ferita: basta vedere la foto. E i referti del medici del pronto soccorso già indicano la compatibilità con un morso.

Sul punteggio di 10 pari (che sarà poi quello definitivo, per quello che può importare, ndr), l’arbitro Francesco Mattiello di Vicenza comanda una mischia in attacco per il Pedemontana a 5 metri della linea di meta trevigiana. Il filmato agli atti del processo è importante per i tempi dell’azione più che per la qualità delle immagini.

Chesani è pilone destro: la sua testa, quando l’arbitro ordina l’ingaggio, si infila fra quella del pilone sinistro e del tallonatore dell’Oderzo. Le spalle cozzano con un suono sordo, 8 giocatori da una parte, 8 dall'altra. Le prime linee sono guancia a guancia. L’orecchio destro di Chesani è però raggiungibile, in questa fase, ritengono la Procura sportiva e la Corte federale d’appello, solo da Fabris. Dal momento dell’ingaggio passano appena 9 secondi prima che la prima linea del "pacchetto" trevigiano si “stappi”, ovvero Fabris lascia la posizione ad angolo retto, si stacca e si allontana, mentre il resto della mischia ruota e crolla. In quel momento il morso è già stato dato.

Il friulano urla dal dolore e i suoi compagni si danno da fare per sostenerlo e aiutarlo a trovare nel fango il lobo tranciato. 

Tre anni dopo la giustizia penale è arrivata arriva era già arrivata quella sportiva: è stato Fabris a strappare con un morso l'orecchio a Marco Chesani, rappresentato dall'avvocato Fabrizio Leone

Una sentenza già immaginata da chi sa anche poco di rugby, da chi conosce le dinamiche lineari della mischia ordinata. E al Grifoni Oderzo di rugby ne sanno tanto e lo dimostrano da sempre avvicinando a questo sport centinaia di bambini e di bambine ogni anno. Una delle società più attive e competenti nell'isola trevigiana del rugby. 

Allora perché questa volta negare l'evidenza? Perché non accettare, per quanto grave, ciò che poi giustizia sportiva e penale hanno riconosciuto? Era necessario trascinare il rugby davanti ai giudici? Perché denunciare per diffamazione Chesani avviando un ulteriore procedimento poi caduto nel nulla? 

«Avrei preferito le scuse, era l’unica cosa a cui tenevo. Non sarei andato avanti...», ha detto dopo la sentenza di ieri Marco Chesani. Ovvero lo ha ridetto come fa da tre anni.

«Per il risarcimento procederemo in sede civile, Chesani ha subito due operazioni e ha un’invalidità del 5%, perché la menomazione è permanente non essendo riusciti i medici a riattaccare il lobo», ha aggiunto l'avvocato Leoni.


Gli avvocati Francesca Ginaldi e Marco Rebecca, che hanno chiesto il rito abbreviato, hanno sempre respinto le accuse contro Fabris, ma la perizia da loro presentata, quella che ritiene le ferita causata da un'abrasione, non ha convinto il giudice.

Una perizia che andrebbe letta a chi ha giocato in prima linea per vederne le reazioni: "La sapete quella dell'orecchio tranciato da un'abrasione?".

Dopo averla spalancata, in questi anni il “morsicatore” ha tenuto ben chiusa la bocca. E il suo club l’ha aperta solo per attaccare gli altri. Quei denti, oltre che nel lobo di Chesani, sono affondati nell’anima del rugby.

Paolo Ricci Bitti

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La Giustizia sportiva, sentenza del 12 gennaio 2020

Condannato il pilone che con un morso staccò il lobo dell’orecchio destro all’avversario durante una mischia del rugby: Riccardo Amadeus Fabris, dei Grifoni Oderzo (Treviso) è stato condannato a 12 mesi di squalifica e a 12 mesi di interdizione per aver mozzato una parte dell’orecchio al 34enne Marco Chesani, del Pedemontana Livenza Polcenigo (Pordenone). 

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Si tratta di una mutilazione permanente: il 16 dicembre 2018 non riuscì il tentativo dei chirurghi di riattaccare il lobo all’orecchio.

La sentenza, poi divenuta definitiva, è della Corte federale d’appello della Federazione italiana rugby: la giustizia sportiva in primo grado (Tribunale federale) aveva condannato per “responsabilità oggettiva” solo la società trevigiana (sanzione di 500 euro), perché non era stata raggiunta la certezza su chi avesse effettivamente morsicato il rivale. Ora invece quel nome c’è. Un nome del resto riecheggiato anche al palazzo di giustizia di Pordenone: la gravità della ferita riportata da Chesani (prognosi di 42 giorni) ha fatto scattare d’ufficio l’azione penale e il sostituto procuratore Maria Grazia Zaina ha chiuso l’inchiesta “per lesioni volontarie aggravate dall’indebolimento permanente dell’organo uditivo e da motivi abietti, ovvero al fine di ledere l’avversario nella competizione sportiva”. 



IL TESTO COMPLETO DELLA SENTENZA






Per la Corte federale d’appello evidentemente solo Fabris può aver mutilato il rivale. Il giocatore dell’Oderzo ha sempre negato ogni responsabilità ricordando anche che sulla sua maglia non sono state trovate tracce di sangue e che aveva il paradenti. Inoltre l’arbitro non ha visto alcuna irregolarità. La società, presieduta dall’ex azzurro Andrea Barattin (2 caps – presenze - nel 1996), ha sempre sostenuto che tutti i suoi giocatori i campo hanno detto, sottoscrivendolo pure, di non avere alcuna responsabilità. Versione già contraddetta in primo grado dalla giustizia federale che ha riconosciuto che il giocatore friulano fosse stato morsicato, evidentemente non da un suo compagno di squadra.

L’accusa ha replicato che il sanguinamento può non essere stato, almeno inizialmente, copioso e che la posizione ad angolo retto di Fabris e Chesani avrebbe fatto cadere il sangue a terra e non sulla maglia. Inoltre il paradenti (applicato dai rugbysti solo all’arcata superiore) non impedisce di causare ferite.

La foto del lobo mozzato è del resto assai impressionante. E sia il medico di campo sia il medico del pronto soccorso ritengono la ferita compatibile con un morso.

Nel frattempo la Procura ha archiviato la querela di Barattin nei confronti di Chesani, accusato dal presidente dell’Oderzo di aver diffamato la società con un post su Facebook in cui manifestava frustrazione e dolore mentre si trovava ancora al pronto soccorso in attesa di essere sottoposto alla prima, sfortunata, operazione a cui ne seguiranno inutilmente altre due nel tentativo di ridurre gli effetti del morso. 

In mischia

Chi poteva essere stato a dare quel morso? Escludiamo il giocatore ferito e suoi 14 compagni? Escludiamo anche tutti i trequarti (i giocatori che non fanno parte della mischia) dell’Oderzo? Escludiamo anche i giocatori della mischia trevigiana non a tiro di denti di Chesani? Quanti sono i possibili colpevoli? Tre? Due? Uno?

In verità anche chi ha solo qualche nozione di rugby si è subito fatto un'idea: fase iniziale della mischia, orecchio destro mozzato al pilone destro ovvero morso dato dal pilone avversario sinistro. Una sequenza, quella inserita fra queste righe, che non ha alcun valore probatorio, sia chiaro. Ma sottoponete il quesito a qualsiasi pilone di qualsiasi livello di qualsiasi nazione e ascoltate le risposte.

La foto sotto (un test match fra Sud Africa, verde, e Samoa, blu)  non vuole certo sostituirsi agli atti dei procedimenti, vuole solo dare qualche indicazione a chi non conosce il rugby.



Chesani, il mutilato, era nel posto del numero 3 blu, Fabris è nel posto del numero 1 verde. Il morso, ha stabilito la corte federale d’appello, è stato dato dal numero 1. Si chiama, questa fase del gioco (che del gioco è primordiale e affascinante simbolo, origine, incipit, architrave), mischia “chiusa” oppure “ordinata”. “Ordinata” dall’arbitro.

A ogni modo già in primo grado il tribunale federale aveva riconosciuto che il morso era stato dato da un giocatore dell’Oderzo.

Che cosa avrebbe potuto fare il morsicatore ben prima di quella sentenza? E la sua società? Sia per il bene del giocatore e del club sia per il bene dello sport che si pretende di giocare. Senza dimenticare il bene del mutilato Chesani.

Potevano tacere entrambi e accusare tutti gli altri di diffamarli. Ed è quello che hanno fatto. L'Oderzo, in realtà, ha inizialmente sospeso Fabris, senza comunque citarlo. Forse perché lo riteneva, se non colpevole, almeno sospetto? Macché: temeva "atti ritorsivi" nei confronti del giocatore, confidava nelle sue "genuine dichiarazioni" e voleva non esporlo "ad atteggiamenti ostili posti in essere dalla stampa di settore". 

Ecco il comunicato postato all'epoca su Facebook:
“A seguito dei fatti accaduti durante il match dello scorso 16 dicembre in casa del Pedemontana Livenza la società sportiva Grifoni Rugby Oderzo Asd, con decisione unanime del Consiglio Direttivo, ha deciso di sospendere temporaneamente dalle attività sportive il giocatore schierato pilone sinistro nella partita in oggetto. I motivi di tale decisione risiedono, da una parte, nell'esigenza di tutelare l'atleta da eventuali atti ritorsivi da parte di terzi nel corso delle future gare, così limitando l'esposizione dello stesso agli atteggiamenti ostili posti sin qui in essere dalla stampa di settore. Dall'altra parte, nell'opportunità di attendere l'esito delle indagini che la Procura Federale vorrà disporre, comunque confidando nella genuinità delle dichiarazioni rese dall'atleta”. 



Di vicinanza al giocatore mutilato nessuna traccia. Esprimerla poteva rappresentare il primo passo per tentare di comporre la vicenda.



Paolo Ricci Bitti









 

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