Rigopiano, indagato anche un ufficiale dei carabinieri

Giovedì 2 Gennaio 2020 di Paolo Mastri

Un quarto carabiniere è indagato a Pescara per la gestione delle indagini sulla strage di Rigopiano. È il tenente colonnello Massimiliano Di Pietro, ex comandante del nucleo investigativo, il cui nome si aggiunge a quelli dei tre colleghi forestali già ascoltati dai Pm nell’ambito della cosiddetta inchiesta quater, trascinando di fatto anche l’Arma territoriale nel nuovo filone che ipotizza il falso materiale e ideologico a proposito delle telefonate con le richieste di aiuto fatte dal cameriere dell’albergo Gabriele D’Angelo la mattina del 18 gennaio 2017.

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Il nuovo fronte aperto dai magistrati pescaresi riguarda in particolare nove chiamate dal cellulare di D’Angelo al centralino della prefettura di Pescara, per un totale di 3 minuti e 52 secondi di conversazione. Non è difficile immaginarne il contenuto, alla luce di un’altra telefonata, quella delle 11,30 al Centro operativo comunale di Penne, annotata dall’operatore con la postilla «Hotel Rigopiano, evacuazione».

IL COINVOLGIMENTO
Il coinvolgimento del colonnello Di Pietro, oggi in servizio alla Legione Marche, sarebbe legato all’invio in Procura delle relazioni tecniche del Ris sui telefonini di alcune delle vittime. Tra i dati estratti dal reparto scientifico dell’Arma c’è anche lo screenshot con le chiamate alla prefettura, la cui importanza viene sottolineata dal Ris che la definisce «di potenziale interesse investigativo». Eppure, la relazione tecnica, che porta la data del 17 marzo 2017, appena due mesi dopo la sciagura, finisce nelle mani dei magistrati soltanto a novembre, accompagnata da una nota dell’allora maggiore Di Pietro in cui si precisa «qualora non prevenute, si ritrasmettono le note tecniche». Sembra un’allusione a una possibile omissione degli investigatori del Ris, che però hanno avuto modo di dimostrare ai magistrati sia il tempestivo invio del loro lavoro, sia la consegna materiale dei reperti ai colleghi pescaresi. Sul punto i Pm Anna Rita Mantini e Salvatore Campochiaro cercheranno di fare chiarezza con l’interrogatorio dell’ufficiale indagato.
 

 

GLI ALLARMI
L’effetto pratico di questo e altri pasticci della gestione di importanti evidenze investigative è la scoperta dei cosiddetti allarmi inascoltati dopo la conclusione dell’inchiesta madre su Rigopiano, con 25 imputati per disastro e omicidio colposo plurimo. La sorte delle chiamate del cameriere D’Angelo alla prefettura, collocate presumibilmente tra la mattina e il primo pomeriggio del 18 gennaio, è parallela a quella della telefonata fantasma delle 11,38 al Coc di Penne, che nonostante la segnalazione della squadra mobile con un’informativa del 27 gennaio 2017, entra nel radar dei carabinieri forestali soltanto a novembre del 2018. Il caso, che torna d’attualità nelle ultime settimane grazie a una nuova informativa dell’ex capo della squadra mobile Pierfancesco Muriana, ha aperto uno scontro senza precedenti tra carabinieri e polizia, ma rischia anche di gettare un’ombra pesante sui due processi già aperti, per la strage e per il presunto depistaggio contestato ai vertici della prefettura. 
 

 

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