Le "esplode" la protesi al seno, azienda produttrice condannata: dovrà risarcire 25mila euro

foto di repertorio
di Denis Barea
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Sabato 17 Novembre 2018, 08:58 - Ultimo aggiornamento: 11:34

Più grande, bello e tonico grazie all'aiutino del silicone. Lei, trevigiana 37enne, istruttrice in una palestra, il seno lo voleva così, ma il desiderio le si è ritorto contro: è stato un vero calvario che nel 2008, a causa della formazione di alcuni noduli, l'ha costretta a togliere tutto. La vicenda è approdata in Tribunale dopo che L. P. ha chiamato in causa l'azienda produttrice delle protesi per essere risarcita. La multinazionale non le ha mai risposto e lei li ha trascinati davanti al giudice che le ha dato ragione, riconoscendole un risarcimento, compreso il danno biologico, di circa 25mila euro.

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Pochi soldi ma è la vittoria di Davide contro Golia perché a giudizio la 37enne aveva citato il colosso Allergan. La via crucis inizia, come detto, nel 2003, quando la donna decide di sottoporsi a quello che, in termine tecnico, viene definita una mastoplastica additiva con impianto di protesi. Tradotto: un seno più grande. Nel 2004 le viene praticata una revisione della tasca retromuscolare, intervento di controllo praticamente di routine. Ma è un passaggio fondamentale della causa perché, secondo i legali della Allergan il medico che ha effettuato la procedura avrebbe rimosso e reimpiantato le stesse protesi, operazione che la ditta produttrice ha sostenuto in Tribunale «è in stridente contrasto con la regola scientifica e quanto indicato dal produttore».

LA SVOLTA
Ma è nel 2008 che iniziano i guai. A L.P. viene trovato un nodulo al seno. Viene rimosso e gli esami fortunatamente scongiurano il male peggiore ma mettono in evidenza che è reattivo al silicone. Dopo l'esame istologico si passa ad una risonanza magnetica il cui esito è clamoroso: entrambe le protesi si sono rotte, riversando a contatto con i tessuti il silicone. Ci sono altri noduli, anche questi reattivi come il primo trovato. E quindi bisogna procedere alla rimozione e alla sostituzione. Una rogna, magari anche qualche euro non previsto da spendere. Ma L.P. pensava che mettendo le protesi nuove il seno, che finalmente era come lo aveva sempre voluto, non avrebbe più avuto problemi.

LA RECIDIVA
Sbagliato. A un anno di distanza si ripresentano le stesse sintomatologie e con quel quadro clinico il sospetto è che anche le nuovi protesi si siano rotte. In un primo momento L. P. chiede chiarimenti alla Allergan, poi avvia le pratiche per il risarcimento dei danni. Che Allergan non le vuole riconoscere, rimarcando la qualità del prodotto messo sul mercato. Davanti al giudice il produttore delle protesi al silicone ha sostenuto che la rottura non sarebbe dipesa dalle protesi in sé ma dal fatto che la 37enne svolgeva attività fisica come istruttrice in palestra e che nelle raccomandazioni sull'utilizzo del seno ritoccato vi sarebbe proprio quella di evitare sport intensi. Assistita dall'avvocato Giorgio Caldera del Foro di Venezia L. P. è invece riuscita a dimostrare  il contrario, in particolare grazie all'esito della perizia disposta da Tribunale.

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