Porta Pia, il nipote di Giacomo Pagliari: «Così il mio avo cadde nell’ultima missione»

Domenica 13 Settembre 2020 di Valeria Arnaldi
Porta Pia, il nipote di Giacomo Pagliari: «Così il mio avo cadde nell’ultima missione»

«Siamo sotto le mura di Roma, si attende da un momento all’altro l’ordine di entrare», l’incipit. Poi, le note personali, per tranquillizzare la famiglia: «Io godo perfetta salute: sai che la vita di campo forma uno dei miei più cari divertimenti». Infine, in realtà prima di tutto, un appunto, con altra grafia: «Gli ufficiali del battaglione spediscono la qui acclusa trovandosi il Maggiore gravemente ferito ed in pericolo, per ferita riportata il 20 settembre ore 10». È questo il contenuto dell’ultima missiva, scritta o comunque documentata, di Giacomo Pagliari, “l’Eroe di Porta Pia”, nato nel 1822 a Persico Dosimo in provincia di Cremona e caduto il 20 settembre 1870 a Roma, alla Breccia, posto al comando del trentaquattresimo Battaglione bersaglieri nell’undicesima Divisione del IV Corpo d’armata. Reduce dalle campagne del 1848, 1849, di Crimea, 1859, 1866 e 1870, Pagliari è stato insignito di numerose onorificenze, inclusa la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. La sua fine è rappresentata in molte opere d’arte. I suoi cimeli sono in vari musei. E presso la famiglia. Abbiamo raggiunto a Brescia, dove vive, il pronipote Massimo Pagliari, diretto discendente di Costantino, il fratello più giovane di Giacomo, per farci svelare pensieri e temperamento del fratello del suo bisnonno.

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Come era Giacomo da giovane?
«La famiglia era di fittavoli agrari dediti alla conduzione di vasti latifondi nella zona di Cremona. Giacomo, primogenito, era destinato a seguire l’attività del padre. A 22 anni però inizia la carriera militare. Non per ribellarsi, si occuperà pure a distanza dell’attività dei fratelli, ma, secondo me, per mettersi alla prova, spinto da alti ideali. Brillante, entra all’Accademia austriaca di Wiener Neustadt per giovani della nobiltà austroungarica, nonostante la nostra famiglia non vi appartenesse».

A Cremona, nei moti del 1848, insieme al Reggimento, entra nella Legione Volontari Lombardi: perché?
«Alcuni parlano di diserzione ma fu adesione dell’intero reggimento alla causa risorgimentale».

Cosa scriveva nelle lettere alla famiglia?
«Le prime lettere autografe risalgono al 1859. Giacomo chiede notizie di genitori, fratelli, cugini. È dispiaciuto perché non può tornare a casa con frequenza. Non parla di ciò che vive, se non con toni lievi e spirito ottimista, per rasserenare chi legge. Si sente, però, forte, la nostalgia. Così pure la mancanza degli affetti veri, dei suoi luoghi, delle terre natie. Durante i congedi torna a Stagno Lombardo ed è una festa per il paese, tanto che appone la firma sulle mappe del territorio esposte in Municipio».

Di battaglia in battaglia, nel 1870, giunge a Roma. Prima dell’attacco, è di stanza a Villa Albani: come vive quelle giornate?
«I soldati erano venuti da tutta Italia, attraversando terre che non avevano mai visto. Giacomo sul taccuino di guerra annota puntualmente i luoghi attraversati. Chissà cosa ha pensato dell’Urbe, ricca di antichità classiche, così diversa da ciò che conosceva. Da alcune foto presso il Museo Storico dei Bersaglieri a Porta Pia, si vede che la sera prima dell’attacco si taglia il pizzo. Quella a Roma doveva essere la sua ultima battaglia. Aveva 48 anni, la carriera militare era alla fine. Progettava di rientrare a casa dai suoi, fantasticava un ritorno in campagna, alla caccia, agli amici».

E il 20 settembre?
«C’era grande confusione a Porta Pia. Si evince dalle testimonianze. La tensione era fortissima, gli occhi di tutta Europa erano puntati su ciò che sarebbe accaduto a Roma. Era l’ultima missione per Giacomo. Era persona fedele, dedita all’impegno preso».

A Porta Pia Giacomo Pagliari viene ferito a morte da un colpo che non si sa se sia stato sparato dalla parte dei suoi o da quella dei soldati papali. Nei dipinti, si vede sempre attorniato dai suoi fedelissimi. Ora il pronipote ha deciso di narrare la sua vita in un libro “Giacomo Antonio Innocente Pagliari 1822-1870. L’uomo, il bersagliere, il veterano delle storiche battaglie dell’unità d’Italia”, curato con Liliana Ruggeri, edito da Studium, che uscirà il 20 settembre.

Che immagine del suo antenato è stata trasmessa, nel tempo, in famiglia?
«L’immagine dell’eroe pronto al sacrificio. Il mio bisnonno aveva il caro ricordo del fratello, sempre presente che si prendeva cura di tutti. In casa, ci è stata consegnata la memoria di un eroe, attento al suo prossimo».

Ultimo aggiornamento: 13:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA